hannyakoma: (Default)
Prompt: COWT-verse

Word count: 2130
Rating: sfw
Fandom:
COWT-verse
Note:
 MOLTISSIME LIBERTA' NARRATIVE ED INTERPRETATIVE SONO STATE PRESE IN QUESTA STORIA. la direzione chiede scusa in anticipo per imprecisioni e simping.




ßąğğƑœƌƕ, la landa di ciò che è andato perduto, è una terra di cui non aveva mai sentito parlare prima, ma ciò difficilmente avrebbe rappresentato un ostacolo. Ha già provveduto a vendere la sua anima ad entità proveniente dall'Esterno in cambio di potere e conoscenza (grazie anche al fatto che la trama del Polyverso sia diventata un groviera e che, per questo, anche Altro oltre a quanto vi è sempre esistito abbia ora possibilità di penetrarvi), quindi il rischio di spappolarsi nel tessuto interdimensionale è il meno.

Senza contare che la situazione a Palazzo già è delicata, per non usare termini più schietti e decisamente meno civili, e l'agitazione percepita già dalle settimane appena passate non aiuta a mantenere la calma. Soprattutto, e scusate se è poco, se una persona che lei - come tante altre compagne - ammira è coinvolta e potenzialmente in periodo.

Non importa che nel frattempo siano cambiati status e ruoli, per gli uni e per gli altri: una volta Alianti si è Alianti per sempre, e di conseguenza - logica, emotiva, spirituale - la sua primaria fedeltà sta a Regis più che a chiunque altro nella linea delle Veggenti.

Il miracolo, comunque, avviene nuovamente - accade sempre più spesso, a quanto pare, perchè ricorda a malapena qualche anno prima di come la scorsa veggente non abbia subito ripercussioni dopo la nascita dei nuovi eredi, ma tant'è - e dopo aver riaperto gli occhi, in seguito all'essere sballonzolata fra la trama di una landa e l'altra e flussi di energia spazio-temporale, quello che si staglia di fronte ai suoi occhi è una terra fondamentalmente priva di gioia. Le ricorda una di quelle ambientazioni steampunk post-apocalittiche ed un po' teme per il suo ex-caposquadra, perchè il fatto che la magia l'abbia portata proprio lì può solo indicare il peggio - una punizione karmica, o uno scherzo del destino di dubbissimo gusto.

Tirando su con il naso - e starnutendo subito dopo con orrore, perchè la maledetta terra è piena di polveri che le irritano soltanto naso e gola e pelle, UGH deve trovare Regis al più presto - si mette in cammino, in direzione in cui percepisce la "presa" del collegamento con l'uomo. E' al tempo stesso una stranezza ed una certezza quasi scontata: l'aver lavorato con il capitano dell'Aliante in passato ha ovviamente formato un legame, forse sbilanciato perchè LO SA che l'affetto che lei prova per Regis non è ricambiato ai medesimi livelli, e quello stesso legame le sta facendo da guida adesso, per ritrovarlo.

Deve riuscirci, perchè ancora non ha sentito nè voci di corridoio nè conferme del limone che Regis e Calico si meritano, e che le sue compagne di disavventure alle dipendenze del sommo priore negli ultimi anni bramano.

... Ah. In effetti non ha avvisato che si sarebbe assentata a tempo potenzialmente indeterminato, ora che ci pensa. Poco male, è sicura che capiranno che si tratta di una causa di forza maggiore e che le daranno il loro benestare. Poco male, comunque: anche in caso contrario, non possono sicuro farla fuori in vendetta per essere partita da sola se nemmeno è certo che riuscirà a fare ritorno. Grasse risate, sì.

Tornando al presente, la magia che le fa da bussola continua a puntare verso quello che, una volta vicina a sufficienza, riconosce essere quello che resta del Palazzo delle veggenti - solo che, a differenza di quel che ricorda ancora chiaramente, non vi è la luce magica e piena di vita che v'è solitamente ma un vuoto che suscita persino in una viaggiatrice giovane come lei un senso di malinconia e dolore. Non ci si sofferma, comunque, perchè il suo obiettivo non sta entro quelle mura in rovina, ma da qualche parte più in là. 

Stringendosi nella mantella, la viaggiatrice si guarda attorno dal punto vantaggioso su cui si è fermata: distese di roccia e terra secca, arida ed impolverata, si allungano a perdita d'occhio attorno a quello che è il cuore del regno ed abbracciano le colline ove una volta esisteva solo vita fiorente ed una rigogliosa vegetazione. Osserva, studia, cerca.

Infine, trova.

Il cuore le sale in gola quando finalmente trova, nel mezzo di rovine e deserto, una figura familiare - ed il legame scatta in quel preciso momento, strappandole quasi il respiro, come a volerle dire che sì è in direzione giusta. Vorrebbe dire "un po' meno" a quella forza che la sta guidando, ma non ne ha il tempo nè così tanta volontà: si butta a perdifiato in una rincorsa che, con il senno di poi, potrebbe essere la scelta peggiore dall'inizio di quel viaggio, perchè quando riesce ad avvicinarsi abbastanza al caposquadra disperso ed al suo sconosciuto compagno di viaggio (così crede, almeno) non ha la forza di respirare, figurarsi di parlare.

Stramazza al suolo, provata da tante cose (le settimane passate, la stanchezza mentale, un po' di disperazione e non per ultimo il viaggio stesso), ed il rumore che fa nel cadere riesce ad attirare l'attenzione di Regis, sebbene stia a qualche metro di distanza. Annaspando - e sicuramente respirando altra polvere - UGH - e schifo, a malapena sente le mani di Regis poggiarsi sulle sue scapole nel tentativo di alzarla da terra, almeno per respirare meglio.

Non sa quanto ci vuole, ma aiutata da un'ondata di magia che riconosce, forse non è un lasso di tempo così importante alla fine.

"Gra-" Colpo di tosse, che tiene sotto controllo prima di soffocarsi di nuovo. "Grazie...! Per tutti gli dei, ho creduto di morire."

"Che ci fai qui? Come..." La voce di Regis suona comprensibilmente confusa, mentre le sta inginocchiato accanto. C'è però anche un non so che di speranzoso nel modo in cui sospira, lasciando la frase sospesa per qualche secondo. "Ti hanno mandato qui loro?"

La viaggiatrice non ha bisogno di chiedere a chi si riferisca. Quasi le dispiace infragere le sue aspettative così. "Non esattamente... Beh, diciamo che sicuro ti vorrebbero a casa con loro, ma non ho ancora capito se proveranno un altro salto o meno..."

La conoscenza garantitale non arriva a quel punto del futuro, ma poco importa. Finchè la trama spazio-tempo è praticamente spezzata, un'incertezza in più cosa vuoi che sia?

Si trattiene dal pronunciare quelle parole perchè sa che potrebbe causare un infarto a Regis, il che potrebbe completamente mandare a monte il suo piano e rendere quindi nullo tutto l'impegno messoci.

"E allora come? Come hai fatto ad arrivare fin qui?" chiede quindi Regis, quasi sgomento dalla confusione di quell'intera situazione. Un mago come lui, capace di grandi magie ed ancor più grandi imprese, sa per certo che quello che ha fatto l'ex Aliante ha fatto non sarebbe nemmeno immaginabile per qualcuno non baciato dalla magia, come la stirpe delle veggenti appunto.

La viaggiatrice suda un po' freddo, perchè sospetta che non potrà scamparsi la domanda facilmente. Nulla le vieta di deflettere, comunque.

"Ah, chi è il tuo amico qui?"

Un uomo che dovrebbe riconoscere, ma che esita a chiamare con un nome che forse non gli appartiene. La sensazione che ha nell'osservarlo, comunque, gli ricorda di un certo sommo priore che le ha indirettamente causato una mezza lavata di capo perchè i calici da collezione della famiglia reale non erano stati lucidati a dovere. Mortacci sua e del suo commento.

Regis esita, comunque, evidentemente diviso tra l'inseguire la precedente linea di discorso o concedere alla viaggiatrice un attimo di respiro, e saziare la sua curiosità.

Alla fine, vince la seconda opzione. "E' Calico, o meglio, il Calico di questa landa."

Calico, o Calico Alter nella sua mente, ha la brillante idea di scoccare un sorriso che ha un che di gelido, crudele, quasi fosse uno dei malvagi della Disney ma con più classe e stanchezza addosso.

C'è un rumore simile a quello di una paperella schiacciata, un fischio acuto che la viaggiatrice realizza solo dopo essere arrivato dalla sua gola.

'Buon dio' è l'unica cosa che le passa per la mente, lo sguardo fisso sul biondo per un'imbarazzante mezzo minuto di silenzio. Quando effettivamente sente di star perdendo i pochi neuroni che ha rimasti, e pure la scimmietta che vive rent-free nella sua testa per occupare lo spazio vuoto, prova a darsi un contegno e risponde, voltandosi verso Regis con voce tremante.

"Oh. Sicuro che vuoi tornare indietro? Cioè..." esita, lei, perchè capisce che la situazione non è adeguata al commento che sta per lasciare le sue labbra. "Scusa, Caposquadra. Però questo Calico è veramente..." E fa cenno di 'ok', unendo indice e pollice in un cerchio, accennando con il capo solennemente.

Il pover'uomo sembra sprofondare un po' di più nelle sue spalle, con un lungo sospiro, ed è quasi tentata di scusarsi per il suo commento. Per poco non si strozza con l'aria quando un attimo più tardi lo stregone risponde.

"Lo so, ma la priorità non è questa adesso."

L'ex Aliante urla nella sua stessa mente, ma mantiene un contegno quasi impeccabile all'esterno. Certo, sente il viso ed il petto ed il collo avvampare, perchè è davvero successo ed è davvero stata presente quando è successo come testimone indiscussa di quel commento, ma questo è un altro discorso.

"Ah-a, sì, cioè..." SAKJFNDJKVNDJKRG- "Comunque potrebbe esserci un modo per riportarti indietro. Al Palazzo d'Estate." Lancia un'occhiata di sbieco a Calico Alter, che pare provare un amareggiato divertimento - lo stesso di una persona stanca, provata, che si trova di fronte un uomo altrettanto stanco che cerca di dar supporto al nuovo giullare di corte dopo una palese figura di merda - di fronte alla scena.

Ancora ha quel sorrisetto da bello e dannato sulle labbra. Maledizione.

"Tornando a questo... Come sei riuscita ad arrivare qui da sola?"

Ovviamente, quella domanda non è una da cui può semplicemente scappare. Rassegnata al doversi mettere metaforicamente a nudo, propone di spostarsi dal mezzo del nulla in cui si trovano in un luogo almeno un po' più somigliante alla civiltà.

Calico Alter si offre come guida, essendo l'unico dei tre capace di navigare le rovine con cognizione. Solo una volta giunti nei pressi di quello che pare un accampamento di fortuna, sistemati ognuno ove e come meglio preferisce, la viaggiatrice inizia il suo racconto senza tralasciare dettaglio.


*


"Hai fatto che cosa?!" urla Regis al termine dello spiegone, in equal modo adirato e incredulo dalla rivelazione di un atto così palesemente stupido e rischioso da suonar quasi come una barzelletta. La viaggiatrice si chiude nelle sue stesse spalle, quasi fosse una bambina che il genitore sta sgridando.

"Ti rendi conto che la situazione è già abbastanza in bilico così, e che non c'era assolutamente bisogno di ulteriori complicazioni?! Un'entità al di fuori del Polyverso... Non hai pensato che un collegamento con una cosa simile potesse essere pericoloso?!"

Si sente quasi in colpa, al veder quella reazione. Avere a che fare con le incognite senza ragionare non ha mai un lieto fine, lo sa perchè l'ha visto e vissuto in prima persona, e Regis ha sempre fatto in modo di "proteggere" i suoi compagni dell'Aliante da quel genere di cose, guidandoli sulla retta via.

Peccato che alcuni dei suoi ex compagni abbiano una natura caotica, celata forse negli anni di fedele servizio.

"Sì, caposquadra, lo so." dice, omettendo il fatto che non gliene freghi un accidenti, a dirla tutta. Tanto il Polyverso è già in malora, cosa potrebbe mai andar peggio del rischio di una distruzione di massa? "Tuttavia... i miracoli accadono. Sono arrivata qui e ti ho trovato, ancora vivo soprattutto. Noi dell'Aliante siamo sempre uniti, come in cielo così sulla terra, e come tu sei disposto a sacrificarti per qualcuno, ricorda che qualcuno è disposto a sacrificarsi per te."

Quel mini monologo viene consegnato tutto d'un fiato, o quasi, senza dar tempo allo stregone di replicare. Di fatti, quelle parole sembrano lasciarlo più incredulo di quanto la rivelazione dello stato attuale del Polyverso e della situazione generale abbiano fatto - forse perchè non crede davvero ci sia una così facile vai di fuga dalla sua condanna, oppure perchè ormai ha perso la voglia di impegnarsi e combattere per qualcosa. Quasi fosse convinto che i suoi sforzi non siano abbastanza.

"Io... Io non... so che dire." mormora dopo un tempo non meglio definito, una mano che va a coprirgli la bocca mentre l'altra riposa sul suo ginocchio.

"Un grazie sarà sufficiente, Caposquadra." La viaggiatrice sorride, dandogli una lieve pacca sulla spalla prima di rimettersi cautamente in piedi sulle sue gambe. "Però se proprio vuoi farmi un piacere per ricambiare, quando tutto sarà finito, per favore, caccia un limone a Calico." 

In un momento di totale follia e sfacciataggine, lancia un'occhiata anche Calico Alter, che sta assistendo in silenzio dall'inizio di quello scambio. "... entrambi i Calico, se vuoi. Per sicurezza."

Il tono di quel commento riesce a strappare una mezza risata - affaticata, un po' tremolante, ma che suona a sufficienza sincera - allo stregone.

"Vedremo."

Fair enough. 

 

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Prompt: Alla fine, niente lieto fine

Word count: 1373
Rating: sfw
Fandom:
Bungou Stray Dogs
Note:
 TW: Shooting Wounds Happen. AU, possibly OOC. POV Oda. 
Pensavate che non si potesse andar peggio? HAH, think again.




Yokohama.

La città in cui aveva vissuto per anni non sembrava cambiata così tanto da quando era stata l'ultima volta che ci aveva messo piede, da ragazzetto poco più che adolescente: non importava quanto tempo fosse passato, il porto che dava sulla brillante distesa di un blu quasi miracoloso, considerando l'area in cui si trovavano; le viette, i vicoli che nessuno considerava utilizzare per mancata conoscenza o per effettiva conoscenza e buonsenso, quindi; il via vai caotico dell'ora di punta, così tipico delle città come quella, accompagnato da un'orchestra di clacson e urla spesso e volentieri non adatte ai più giovani.

Quando poteva ancora definirsi un assassino freelance, un giovane Oda non si era mai soffermato - per volontà o meramente per mancanza di tempo - sui dettagli che il luogo offriva, sia per i locali che per i turisti. Di quella che, a conti fatti, era la sua città natale, forse in quel momento in cui poteva guardarla con gli occhi più calmi ed esperti di un adulto piuttosto che di un ragazzino che aveva poche idee sul proprio futuro, gli erano rimaste impresse poche cose dal suo "prima": la ruota panoramica, ove aveva sentito dire vi fosse una vista meravigliosa sul mare, era una di queste. In secondo luogo, ma non per importanza, invece vi erano le cinque torri nere di un'organizzazione di cui aveva sentito ben parlare: edifici che sembravano voler afferrare il cielo stesso, che si stagliavano fiere in mezzo alla città senza timore alcuno.

Quel luogo, lo sapeva, racchiudeva il cuore delle operazioni della Port Mafia. Un gruppo che, francamente, Oda aveva imparato bene ad evitare come la peste nella sua giovinezza: non voleva legami, a quel tempo, preferendo di gran lunga una libertà rischiosa ad una sicurezza in catene. Le voci che gli giungevano, quelle poche volte che incrociava al di fuori del lavoro, altri che avevano a che fare con il suo stesso ambiente, erano tutt'altro che piacevoli  (persino per degli assassini): la cosa più terribile, quasi al pari di una maledizione di un superstizioso, era la diceria riguardante il corrente capo dell'organizzazione - l'ex medico del precedente boss, stando alle voci, che aveva ricevuto il titolo in eredità dal suo predecessore giusto prima che questo venisse a mancare. Alcuni dicevano che fosse la versione ufficiale, altri invece che si trattasse di una copertura per evitare che degli indesiderati ficcanaso facessero domande sulla legittimità dell'inserimento del nuovo leader.

Non che, a dirla tutta, a Oda cambiasse molto nel presente. Forse, ipotizzò una volta, a tempo perso, in un'altra vita avrebbe fatto lui stesso parte di quel gruppo di criminalità organizzata verso cui persino il governo pareva chiudere un occhio. Un'assurdità, se doveste mai chiedere il suo modesto parere, ma di nuovo: non era qualcosa con cui aveva a che fare, o che lo riguardava in prima persona.

Soprattutto, si corresse poi, considerando anche che al momento il suo "standing point" stava in una posizione diametralmente opposta a qualunque altra fosse alleata alla città. Trovava un po' ironico, con il senno di poi, guardarsi la bellezza di dieci anni dopo l'ultima volta che si era ripromesso di non chinare il capo a nessun "boss" e di scoprirsi non poi in una situazione non così diversa da quella su cui aveva ragionato: certo, probabilmente l'essere il "numero uno" tra gli assassini al di sotto di uno straniero, incontrato quando erano ancora ragazzi in una situazione del tutto instabile e assurda (ridicola, potrebbe aggiungere) e divenuto poi capo di uno dei gruppi tecnicamente illegali dell'est Europa, non era proprio tra i piani.

Di nuovo, c'era anche da dire che di piani, Oda, non ne aveva fatti di così dettagliati, ma tant'è.

Sta di fatto che mai e poi mai s'era immaginato, o avrebbe creduto se gliel'avessero detto, che quell'adolescente mingherlino che a malapena parlava la sua lingua - come diavolo aveva fatto ad arrivare in Giappone, a Yokohama, in primissimo luogo? - avrebbe non solo raggiunto il punto in cui Oda si sarebbe fidato di lui, abbastanza da abbandonare effettivamente una vita incerta per una ancora più incerta, ma anche tirato su un gruppo con influenza sufficiente dall'avere a che fare con altri "grandi" dell'Europa. Suonava ancora tutto come una grandissima storia inventata, una fiabetta la cui morale era assolutamente dubbia ed ancora meno positiva probabilmente, eppure era realtà.

Tutto quel gran flusso di pensieri venne interrotto quasi bruscamente, quando la voce di Fyodor gli arrivò alle orecchie tramite auricolare.

"Oda-san," chiamò quello, utilizzando la forma di cortesia più per formalità che per altro, giunti a quel punto. La su voce pareva leggermente affannata, come se stesse correndo o avesse appena rallentato da uno scatto, ed in sottofondo - distante - si poteva ancora sentire il vociare di persone. "Sto raggiungendo il punto d'incontro. Mi aspetto il solito da te."

Il solito, diceva lui. Oda avrebbe voluto ridere, quasi, perchè il messaggio era piuttosto chiaro: quando altri sentivano "il solito", il rosso sentiva solo "il meglio" - negli anni passati, in cui l'organizzazione era cresciuta, non aveva fatto altro che portarsi al limite dell'umano per raggiungere quel picco di letalità ed efficienza di cui poteva parlare nel presente. Dostoevsky, che dir potesse, non si aspettava di meno da lui, perchè sapeva quante e quali fossero le sue reali abilità.

"Ricevuto. Abbiamo già un ospite, comunque."

"Aah, bene."

Dazai Osamu. Uno degli uomini più pericolosi di Yokohama, a detta del suo capo, perchè estremamente fastidioso da sopportare ed ancor più da ingabbiare in una situazione "senza via d'uscita": il detective dell'Agenzia s'era fatto un certa nomea - discutibile per certi versi, incredibile per altri - nell'ambiente. A Oda bastava sapere che avesse attirato l'attenzione di Fyodor per inserirlo nella lista di persone a cui avrebbe dovuto fare particolare attenzione.

Quando udì il rumore di passi rapidi in avvicinamento nel vicolo, l'assassino si mise in posizione: dal punto in cui si trovava, aveva un'ottima visuale sulla vietta che Fyodor aveva selezionato come punto di incontro, il che gli permetteva di tenere sotto controllo i movimenti della suddetta "persona pericolosa". Il fatto che la sua abilità non stesse scattando indicava un'assenza comprovata di pericolo, il che era estremamente positivo da parte sua ed estremamente stupido da parte del detective. Poco male.

La sua attenzione scattò nel momento in cui i due si incontrarono, faccia a faccia. Fyodor aveva appena terminato di cambiarsi, gettando il travestimento da agente nei cassoni lì vicino. Dazai apparve dal rispettivo nascondiglio, con il morbido cappello del russo sulla propria testa.

Oda non seguì il loro discorso - non era interessato, nè era fondamentale per quello che era il suo compito - ed agì solamente nel momento in cui Fyodor gli diede il segnale.

L'indice premette il grilletto ed il colpo partito andò a colpire con precisione il detective all'addome. Pochi secondi più tardi, Dazai era a terra - ancora cosciente, ma per quanto? - con il suo nemico dall'aria estremamente soddisfatta in piedi di fronte a lui. Oda si affacciò con discrezione dal suo nascondiglio, il giusto quanto bastava per incrociare dapprima lo sguardo di Dostoevsky ed in secondo luogo quello del suo bersaglio.

Il suo stomaco ebbe un sussulto strano, insolito, al vedere il lampo di orrore nelle iridi castane di Dazai, qualcosa che in un primo momento prese come qualcosa di naturale. Quello che accadde dopo, però, gli lasciò una punta di confusione nella mente: perchè quello sguardo quasi addolorato nel guardare quello che, alla fine, era colui che gli aveva appena sparato? Che aveva tentato di ucciderlo?

"Andiamo, Oda-san. E' ora."

In automatico, l'assassino si ritirò e si premurò di raccattare tutti i proverbiali strumenti del mestiere che si era portato dietro. 

Un senso di amarezza lo colse nel momento in cui realizzò che, poco prima, gli era parso che le labbra del detective si fossero piegate in un silenzioso "Odasaku". Non capiva perchè un uomo che nemmeno conosceva lo stesse chiamando con un'espressione simile, ma in fondo non era il suo lavoro farsi domande inutili.

Fyodor l'attendeva per rientrare al loro nascondiglio locale, tanto era sufficiente per darsi una mossa.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Acqua

Word count: 580
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
 //




L'acqua è sempre stata una compagna di vita per Manami.

Fin da piccola, l'elemento ha assunto un ruolo chiave nella sua vita, per quanto presente è cominciato ad essere e poi continuato: sentiva come un istinto, una voce che le sussurrava questo e quello, senza diventare invasiva - c'era, c'era e basta, ad offrire una confortante presenza nei momenti meno piacevoli ed offrire il sostegno necessario per avanzare in quella che poteva essere la carriera di una vita. Diventare eroi poteva rappresentare un grande onore, ma anche una responsabilità sproporzionatamente grande per chi portava il titolo.

Suo padre Kion non aveva perso tempo, dal momento in cui aveva espresso il desiderio di intraprendere quella linea di lavoro: tutt'altro, pur non essendo divenuto mai uno degli eroi più famosi ed avendo scelto un ruolo più "da scrivania" alla fine, la sua capacità di controllo sull'abilità che condividevano aveva dell'impressionante.

"Su, su, Mana-chan! Se continui così non riuscirai a superare le selezioni, sai?" 

La voce di suo padre era raramente seria, ma in quell'occasione - nonostante il tono gioviale e scherzoso che lo contraddistingueva - Manami percepì una nota più severa. Non potè non apprezzarla, sinceramente, perchè quello significava che il genitore volesse rispettare il suo desiderio ed aiutarla per davvero: era stato il suo primo desiderio, dopo tutto.

"D'accordo... Riproviamo."

"Ricordati, posizione di partenza. Respiro e poi concentrazione." ripetè per l'ennesima volta, con pazienza, il più grande. "Senza paura, sono qui anche io."

Una rassicurazione nota, ma sempre lieta da sentire. Sapere che suo padre fosse lì in caso qualcosa - qualsiasi cosa - fosse accaduto la tranquillizzava, forse più di quanto credesse e fosse disposta ad ammettere.

Rilassò le spalle, quindi, le braccia lasciate morbide lungo i fianchi. Cercò poi di regolarizzare il suo battito, prendendo respiri lunghi e regolari. Di già a quel punto, attorno a sè, poteva come sentire la familiare presenza di acqua, nella sua forma più fine e trascurata dai sensi - vapore, umidità.

Alzò allora le mani davanti a sè, separate, ma come in posizione di preghiera, con i palmi rivolti l'uno verso l'altro. Come altre volte prima, nello spazio tra esse iniziò a formarsi un piccolo globo d'acqua - piccolo piccolo, e via sempre più grande - che non era nient'altro che l'esercizio che stavano provando da un paio d'ore.

Tramutare il vapore in acqua, dargli forma, sfruttarlo e manipolarlo a proprio piacimento.

Non avrebbe saputo da dove cominciare, se avesse dovuto seguire il mero istinto sarebbe finita con il fare qualcosa che avrebbe rimpianto in futuro: non c'era peggiore insegnante della fretta, o di un attuale consiglio sbagliato. Prenderla con calma, imparare a conoscere il proprio potere - e non odiarlo, per quanto possa essere difficile controllarlo - rappresentava sempre la scelta più corretta, per lei.

Specialmente quando, riaprendo gli occhi, poteva vedere i risultati del suo duro lavoro: una sfera d'acqua la avvolgeva in un abbraccio non mortale, bensì confortante, attraverso la quale poteva vedere la figura di suo padre battere le mani con entusiasmo. Non capiva cosa stesse dicendo a causa del rumore della corrente che formava quel globo - allo sforzo che fece per diminuirne la pressione, poco dopo, la forma collassò lasciandola letteralmente infradiciata su due piedi.

La risata di Kion seguì un istante più tardi, piena di un puro, bambinesco divertimento. 

Manami gli si lanciò contro, per vendetta: non sarebbe stata l'unica a rientrare in casa con gli abiti bagnati quel pomeriggio.

 

hannyakoma: (Default)
Prompt: Road trip

Word count: 1702
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
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Se qualcuno, chiunque, avesse detto a Leon che alla veneranda età di trent'anni, e dopo aver già passato una discreta parte della sua vita a spostarsi da una città all'altra, si sarebbe lanciato in una mirabolante avventura (viaggio) su quattro ruote con il suo migliore amico e fratello non di sangue, probabilmente si sarebbe voltato dalla parte opposta domandandosi internamente di quale sostanze avessero fatto uso, per pensare ad una cosa simile.

Leon era, di base, una persona molto stanca. Di già, direte? Ebbene, chiunque fosse stato costretto (da una paranoia che poteva anche aver senso, ma anche no in fondo, da parte di una figura paterna che s'era tramutata poi in un "nonno") ad aspettarsi poco e nulla da ogni legame che creava, ogni radice che provava a mettere, alla lunga poteva risultare alquanto pesante. Tassante. Stancante.

L'ironia della vita, che già pareva essersi accanita abbastanza su di lui e con la sua famiglia più in generale, non pareva essere propriamente soddisfatta a quel punto. E di fatti, quando Tatsuya gli aveva proposto di partire insieme, loro due soli, per staccare un po' dal caos che era di norma la loro vita, il tedesco era rimasto discretamente spiazzato ed anche, in buona parte, stupito che fosse stato lui la prima scelta dell'altro  - sapeva, nonostante tentasse di non invadere più del dovuto la privacy altrui, la ragione di essa, ma a volte Leon pensava davvero, davvero troppo.

Certo, non si poteva aspettare che Tatsuya invitasse, per esempio, un Krow ad una convention sulla letteratura  - non perchè Krow fosse una persona illetterata, anzi, l'uomo pareva avere fin troppa conoscenza per qualcuno il cui comportamento somigliava più a quello di un affettuoso samoiedo, ma per appunto l'incapacità di star fermo troppo a lungo o mantenere l'attenzione sulla stessa cosa per più di un minuto o due. Similmente, ma in maniera del tutto diversa, anche il più sospettabile "best partner" era fuori dai giochi, perchè onestamente nessuno vuole considerare anche solo l'idea di Tatsuya e Siegfried che viaggiano assieme. Sarebbe quasi più spaventoso, ed inquietante in caso di successo e non un fallimento su tutta la linea, della possibilità che il tedesco ed una russa di nostra conoscenza finissero insieme, come coppia.

Quelli sarebbero pensieri veramente terribili, un tabù comunemente riconosciuto per mantenere la sanità mentale - o quel che ne restava - della famiglia.

Nonostante tutti i preamboli, comunque, Leon aveva accettato di buttarsi in un viaggio tradizionale. Anche un po' perchè, a dire il vero, una piccola parte di sè percepiva un minimo senso di colpa ogni volta che chiedevano un passaggio a Takuma, che per quanto disponibile a far loro un piacere (dopo anni ed anni di tentativi di socializzare e legare, come quando si prende un nuovo gattino e si deve abituare all'affetto della nuova casa; solo che questo particolare gatto era un randagio, con un carattere sospettoso e schivo, e che non aveva ricevuto in primis un trattamento proprio positivo) ogni volta che esagerava, perchè ancora incapace di capire dove stavano i suoi limiti, rischiava di collassare su se stesso dalla stanchezza. 

Non sapeva cosa significava essere un Teleporter, ma se i pensieri che aveva percepito quelle due-tre volte che Takuma era letteralmente atterrato nel salotto di casa Sievert e si era accasciato per una decina d'ore sul divano, immobile salvo il ritmico muoversi su e giù del suo petto, gli potevano essere di qualche indicazione allora, onestamente, ringraziava di poter solamente leggere i pensieri altrui. Sebbene questo fosse una maggiore fonte di rotture di palle, specialmente accanto a persone veramente rumorose.

Il giorno della partenza era stato più anti-climatico della preparazione per il viaggio. Un po' era grato del fatto che avessero deciso di partire presto, perchè ciò significava che gli unici svegli a quell'ora dimenticata da Dio avrebbero potuto essere solamente suo padre, suo zio e sua madre - santa donna, Xylia, che aveva fatto trovare sia a lui che a Tatsuya una sostanziosa colazione (e del caffè) quando erano scesi in cucina dalle rispettive stanze. Avrebbe anche voluto lamentarsi dell'essere coccolato a quel modo a trent'anni, se solo avesse effettivamente potuto godersi l'affetto della donna per sedici anni di più, invece che solo per gli ultimi quattordici. 

Comunque, se Leon pensava di provare un piacevole imbarazzo alle continue raccomandazioni della donna durante la colazione, dovette ricredersi al momento della partenza: non solo li accompagnò fino all'auto, parcheggiata nel cortile subito in fronte all'ingresso, ma salutò entrambi con un bacio sulla fronte ed un abbraccio - a cui Tatsuya aveva imparato finalmente a non andare mentalmente nel panico in risposta. Una fonte di blackmail in meno, ma una soddisfazione.

Per una questione di sorteggio, s'era deciso che Leon avrebbe preso il primo turno alla guida: delle sei ore di viaggio, sicuro avrebbe fatto lui le prime tre. A dirla tutta, dopo la nottata di riposo al fianco di Klaus, il tedesco si sentiva ben in forze per farsele anche tutte e sei - ma questo dipendeva molto da quanto gli altri utenti della strada attentavano alla sua pace mentale. 

"Musica?" fu la semplice e schietta domanda di Tatsuya, già impegnato a trafficare con il telefono  da quel che poteva vedere con la coda dell'occhio.

Leon gli spedì un sospiro mentale. "Basta che non metti qualcosa di italiano. Ti potrei dover far scendere dall'auto in quel caso."

"Non lo faresti. E comunque ho di meglio sul telefono."

Era esattamente quello che preoccupava Leon, conscendo cosa l'altro potesse essere capace di mettere in riproduzione. Parte di sè temette i secondi necessari per connettere telefono e auto via bluetooth, ma appena partì la prima canzone e riconobbe la voce di Aimer, allora tirò un interno sospiro di sollievo.

Il silenzio, anche se di questo non si poteva forse parlare con un background musicale, non aveva mai rappresentato un problema tra loro due, anche al di là della capacità di Leon di leggere i pensieri altrui: la parte migliore di tutto questo stava nel fatto che il novanta percento delle volte, nemmeno aveva bisogno di usare la sua abilità per capire cosa passasse nella testa del compagno di viaggio. Tuttavia, siccome Leon era figlio di suo padre e Siegfried aveva la stessa simpatia di un cactus nelle mutande, e la delicatezza probabilmente non era mai stato di casa da nessuno dei sue, giunse la domanda.

"Quindi? Avete stabilito una data, tu e Rodion?" 

Percepì una discreta frenata mentale (durata per circa mezzo secondo, il che gli fece onore) da parte dell'altro, prima di tornare alla quiete. Come un'increspatura sull'acqua dopo che qualcuno getta un sassolino. 

"Veramente no, ne abbiamo parlato una volta sola." ammise con una serenità che a Leon scaldò l'anima che pensava di non aver più, ormai. "Non preoccuparti, quando dovrò scegliere il testimone di nozze non verrai superato da tuo fratello."

"Tu sai che Yvan ti pianterà il broncio se lo escludi, vero?"

Il ricordo, freschissimo, di un trentenne con l'aria da cucciolo bastonato alla scoperta che non solo il suo padroncino sta uscendo per più giorni senza di lui, ma si sta anche portando dietro qualcuno che non sia lui! L'immagine di suo fratello che, effettivamente, riceve la notizia del matrimonio solo per poi sentirsi dire che non sarebbe stato lui almeno uno dei testimoni...

Leon rise, suscitando così uno sbuffo divertito al compagno di viaggio. "Lo so. E so che hai immaginato la scena giusto ora. Sei un fratello terribile."

"C'è un motivo se sono il tuo preferito, Tatsu."

"Mah... per il momento almeno."

Non c'era reale irritazione o offesa dietro le loro parole, ed anzi la confidenza che erano ormai capaci di prendersi e concedersi a vicenda era ulteriore prova del loro rapporto. O, come direbbe qualcuno, dello sviluppo caratteriale che avevano raggiunto.

La pace durò a sufficienza, riempiendo lo spazio tra i due viaggiatori con canzoni orecchiabili, canzoni meno orecchiabili e chiacchierate più o meno profonde, ma anche con del semplice silenzio - un dono che, vivendo in due case in cui gli abitanti sono alquanto numerosi, poteva non essere in fondo così scontato. Tatsuya si era chiuso con il suo sudoku sul telefono, lo vedeva con la coda dell'occhio, e Leon quasi si dispiacque dell'urlo che cacciò appena un, testuali parole sue, "deficiente che non avrebbe dovuto uscire di casa, tanto meno infestare le strade" per poco non andò addosso alla loro auto, nel tentativo di sorpassare. Quella era forse una delle cose che più detestava, considerando anche il fatto che non era da solo in macchina.

Il tedesco, da persona pacata e sicuro non facilmente irritabile quale era, fu tentato a lanciare un urlo mentale al guidatore in vendetta, quando sentì una mano posarsi sulla sua spalla.

"Ricordati che per ogni incidente che causi, un Klaus a casa piange." 

La frase ebbe effetto immediato, e Leon si trovò a odiare un po' la sua debolezza ormai nota e palese. Non poteva più comportarsi da caos incarnato e causare incidenti del tutto non voluti, e specialmente non voluti per motivi infantili, se aveva in mente l'immagine del suo fidanzato triste. 

'Sei un amico terribile.' borbottò tra sè e sè il Mind Reader, rendendo il messaggio chiaro e schietto nel trasmesso alla mente altrui.

Lo vide un po' di sbieco, ma anche senza conferma visiva non avrebbe assolutamente esitato a pensare che Tatsuya avesse quell'espressione, il sorrisetto soddisfatto di chi sa e non aveva dubbio che la conversazione avrebbe preso quella piega.

'Eh, succede. Almeno ti evito la galera, o di arrivare in ritardo. Ci sono parecchi libri che mi interessano e vorrei arrivare prima del mezzogiorno.'

Come al solito, c'erano poche possibilità che Leon riuscisse a vincere contro Tatsuya - se non altro, condividevano comunque lo stesso orrido senso dell'umorismo, che occasionalmente poteva diventare anche assai motivazionale. 

In quel momento, Leon capì che quell'esperienza non sarebbe stata come quelle che aveva avuto con Krow. Quest'altra sarebbe stata più caotica, divertente - forse perchè non stavano scappando da fantasmi del passato, ma per una pura questione di piacere. 

L'idea aveva un che di rinfrescante, in fondo. 

hannyakoma: (Default)
Prompt: Giappone dei Daimyo

Word count: 872
Rating: sfw
Fandom:
Inuyasha
Note:
 OC Centric.



It hadn't been a good idea. Really not.

Being able to keep track of all the shards had been a literal pain in the ass, but remembering to check who was holding them probably could have been worth the time. Especially if it meant to avoid the current mess at hand.

To be fair, Yue kind of expected Shayo to become the problem. He's always been... a little distracted by "eye catching" guys, them being human or youkai - it didn't matter much: the water demon appreciated much the aesthetic, the handsomenesss and the muscles.

Yue guessed he couldn't really talk, because he too appreciated the same, but still.

The Problem was one.

Koga. Of the Wolf Tribe. 

The demon who harmed the little girl Yue's become so silendly fond of, over the time and the casual encounters with the inudaiyoukai's group.

The old kitsune was not one holding grudges - he was more the one acting on them. Thus, seeing his teammate being all excited to meet him and getting buddy buddy with him and his pack...

"Hun, your growl is showing." Shayo's voice chimed in, the waterbending youkai appearing at his side, while he watched over Miko and Koga like an hawk. At least the wolf leader looked like both confused at the familiarity and very happy at the attention, but overall cautious of not doing anything that could upset the little lady.

"Damn well it is."

"I assume you don't like him, hmmm?"

"Let's put it like this, if I had a volcano I'd throw him in."

Shayo snorted, laughing silently at his fellow youkai's distress. Another growl came up from Yue's throat when Koga had the wonderful idea of raising his voice against the human. The only thing keeping him from moving- actually scratch that, he's going to drag Shayo with him one way or another.


*


"You're a crazy woman, what the fuck-"

"I said sorry already!"

Miko pouted right in the wolf demon's face and Koga literally had to stop himself from backing away from her - cosidering that he just avoided being beheaded by a very annoyed and very territorial older demon... well, he didn't want to risk his neck more than once a day, thank you. 

He still felt a very deadly stare digging holes in his head... 

The wolf demon huffed and rested his head on his hand, sitting cross-legged on the ground next to the girl: not as far as his instincts told him, but as much as possible to not be rude to her. A respectable distance.

"Yeah, whatever... Honestly, your pack is full of crazy people though." he commented, feeling rather bold at it.

The priestess giggled, still busy with braiding the demon's hair. Only the gods know how he ended up like that, but the human seemed to like him well enough to want to... uh, how did Shayo put it? Have some "beauty time"?

What the fuck was that even.

"Well, they probably are, but they're nice people!" she offered with a smile, her eyes focusing back on the braid in her hands. She also looked very satisfied with the result (or probably it was just the fact that she was seeing him hair down and without the usual headband in place - he couldn't know of this, of course).

He really did want to object at that, but wisely kept silent in the end: no upsetting the miko was rule number one, even if that meant having to explain to Ginta and Hakkaku why his hair was full of braids and cute shit later. 

Not that he minded the human's gentle hands, though. She looked delicate and nice, and if Kagome wasn't his most beloved he'd probably give this little priestess a thought, but she had two demons accompanying her in their travels already: was she that powerful of a miko? Not to mention, something was telling him to be really careful with her - besides the fox' silent threat and the more playful yet slightly ominous stare from the water demon.

"What's with humans these times..." he muttered to himself.

"Hm? What do you mean?"

"I've met another human girl who's like... pretty strong, nice an charismatic." Why again was he talking about Kagome with a semi-complete stranger? "She's also traveling around, unfortunately with a stupid mutt who believe's hes better than me."

He literally meant every word and he was half sure he was about to growl his disappointment out, but once again the girl just laughed mirthfully.

"Really sounds like a friend of mine and her teammate... Even if I must say, Inuyasha can be pretty arrogant, but Kagome knows how to tame him!"

Well, if they were friends than it makes sens-

"WHAT-"

What. the. fuck.

"What?" the girl echoed in panic, and that was the moment he knew he fucked up.

A paw purely made of fox fire - how the hell was that shit physical enough to grab him? - closed around his head and threw him meters away from Miko. 

He would fiercely deny he let out an unmanly screech forever.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Giappone dei Daimyo

Word count: 630
Rating: sfw
Fandom:
Inuyasha
Note:
 OC Centric.



Sometimes meeting Inuyasha's group was rather... tiring. They were good people, admtitedly; even funny if you look at the hanyou's interactions with the priestess, and the six of them proved to be good friends and trustworthy allies.

Just... well. Yue wasn't sure why, at times felt like they thought they were the only ones able to beat the shit out of their common enemy, as much as being the only ones that could handle the Jewel and prevent it to become "pure evil". Which brought them exactly in this kind of situation, one Yue would be better without.

"No."

The surprise was pretty clear on their faces after that. If they thought Miko was a little, frail girl they were going to be disappointed. 

Who would ever accept to give out the fragments of the Jewel with no fuss? Idiots, all of them.

"No? What do you mean 'no'?" the hanyou asked, sounding rather confused. Yue just had to snort at the reaction, earning a stare that should probably have been meancing. Clearly, it didn't work on the kitsune.

"No means no, clearly!" Shayo piped up, hands on his sides and a jovial  smile on his face.

Seriously, his mates were quite something. Smiling cutely, sometimes idiotic (one of them, at least, more than the other), but pretty much endearing. And deadly, but that's not something he's going to boast to others: let them in for a surprise. 

The purple-clad monk spoke first, anticipating whatever the hannyou was going to say. "Um, not to be rude to you, but we're collecting the shards to purify the Jewel. There are many other demons who could attack you to steal them, so--"

"Are you implying we couldn't protect ourselves?" Yue asked right then, a little more irritated than he meant. "Speaking of which, I heard about your party. Aren't you already in possession of many shards?"

Silence fell for a few, meaningful seconds between the two group. The fair-haired miko was the one breaking it.

"Oh, that's why! I couldn't sense fragments on them, probably someone robbed them... I'm so sorry for that."

Somehow, Yue was sure that she wasn't very "sorry" for that. But he kept the thought for himself. Miko was a lot more vicious than what others could ever expect, even if the little things - hints - she gave from time to time were quite clear.

... seriously, what's with his teammates being silent danger?

"Sooo, is there anything else we can help you with? Chatting is nice, but, you know, collecting more shards of the Jewel is pretty important..."

Apparently, the half youkai didn't like the implications in Shayo's tone, as if they were wasting time in trying to convince them to hand over their shards.

(which, in fact, it was true. Yue would die twice before he'd let others harm his pack, moreso for some stupid Jewel. But well, they were on a mission, kind of, so he'd support both Miko and Shayo for that.)

The old, shining blade on Inuyasha's side was unsheathed and Yue felt his eyes twitch. 

"Don't you dare, hanyou. Your pack has no claims on what we have conquered." he downright growled, his aloof smile nowhere to be seen. "Off you go now, or off with your heads."

Shayo sighed, in a way honestly the older demon didn't understand (but then again, the water demon always had his oddities), while Miko simply giggled and patted his shoulder.

"You heard him! We're not going to give you our shards, so don't ask again. I hope you have a nice travel, though!"

It felt nice to be all on the same page for that matter.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Giappone dei Daimyo

Word count: 700
Rating: sfw
Fandom:
Inuyasha
Note:
 OC Centric.




Luck has never been on anyone's side, despite the common belief of "lucky people" and "unlucky people" existing. Whenever you think you're going to be fine, that's usually the moment when something unexpected comes up — or the exact opposite at that, which is really just as surprising sometimes.

The oldest son of the great dog youkai general was having a day like that, currently.

"I didn't think the golden kitsune would step so low to accompany themselves with a human, you said. Humans are below this Sesshomaru, you said. Aren't you being inconsistent now?"

He obstinately looked forward, busying himself with looking over his little ward, sitting with the other demon's human and demon companions. 

His little human ward. 

Honestly, when he said those words in the past he would have never seen himself with a child of man in his care, and yet here he was with Rin in his care, and not minding at all keeping an eye out for her and maintaining her wellbeing in general.

This didn't mean he would allow his fellow youkai to make fun of him.

Back then, he didn't understand how some youkai could get interested in such frail (inferior, he said, convinced) lives. Yet now, seeing Rin play with the other youkai and the miko from the odd trio he's come occasionally across, he kind of... sees it under a different light.

"This Sesshomaru doesn't need to explain himself." he announces, quite proudly at that, with the silent hope that the fox daiyoukai would leave him alone now that he had the fun cut from him.

"Sure you don't."

Clearly, such hope is shattered quickly as it came.

Did he say he hates the other daiyoukai?


*


Miko and Shayo were in love. Platonically speaking for sure, even if they're not speaking about themselves. More parentally speaking, or something like that - they didn't know, really.

Sesshomaru's kid, Rin, was adorable and sweet and kind, so much that the both of them amused themselves with the idea of kidnapping her. Which probably would end pretty badly for someone, since the inudaiyoukai was rather... protective of her, if the continuous stare they were receiving from him while he still talked with Yue was of any help.

Of course, that wasn't going to stop them from showering her with cuddles and compliments.

"So so sooo~ Rin-chan, mind of telling us how you met Old Maru?" Shayo asked while the child played with some water forms they created. She looked so happy when she first saw them so...

"Shacchan, you should address him a little more politely, maybe?" 

Miko's laugh showed how serious she was with that little reprimand. The priestess was busying herself with a flower crown, one full of the kid's favorite flowers (which, actually, changed every time they met, because whichever flower was the most abundant in the area became her favorite). That was what had Rin's attention before of the watery show the demon put up — making flower crowns for everyone.

The older human wondered if they could manage to put one on Sesshomaru's head, too. The idea sounded a little too entertaining for their own good.

"Rin found Sesshomaru-sama in the forest near the village she lived in. He didn't look very well, so Rin tried to help him... He really didn't want to, but Rin didn't give up! In the end Sesshomaru-sama got better and left and—" The child stopped abruptly for a few seconds, a memory she didn't want to come back again in her mind. She shook her head and continued her story. "Wolves attacked the village, lead by demons... Everyone died and... a-and Rin thinks she died too... but! But then Sesshomaru-sama saved Rin's life and since then—"

The little child squeaked when two pairs of arms surrounded her tightly, both Miko and Shayo cuddling her even harder than before, but just as softly.

Probably, that was the first time the child even spoke to them about her past. Somehow, the show of trust felt more precious than any other meeting had before.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Sintesi

Word count: 550
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
 //




L'ennesima città stava bruciando sotto i suoi occhi.

Un esperimento, l'ennesimo atto ad intrecciare il fato di due creature poste agli opposti della morale umana, che sembrava offrire risultati simili alle prove precedenti, dopo tutto.

Lo schermo parlava chiaro di fronte a lui: ogni qualvolta che contrapponeva un concetto generalmente riconosciuto come "bene" ed uno generalmente riconosciuto come "male" dalla mentalità umana, un conflitto si andava a scatenare in maniera praticamente certa. Prima o dopo nel corso della linea temporale, ma il punto restava saldo.

Aveva fatto prove su prove nel corso della sua esistenza, per analizzare il comportamento di una razza che aveva creato, in parte cresciuto ed infine abbandonato al proprio destino, ritraendo la mano che li aveva sempre guidati lungo un percorso designato. Si era limitato ad osservare le scelte che le creature avevano preso da sè, come si erano lentamente evolute (ricercandosi tra simili, creando piccoli gruppi e successivamente civiltà intere) fino a formare il contesto sociale che attualmente si presentava ai suoi occhi.

A doverlo ammettere, si poteva dire stupito fino ad un certo punto. Non si aspettava che esseri nati per essere suoi ciechi servitori, a cui aveva donato un Io ed una mente inizialmente debole e voltata all'obbedienza cieca più per esperimento che per reale bontà d'animo, fossero riusciti ad arrivare così lontano: ad ogni passo compiuto, gli esseri umani facevano esperienze e ne assorbivano lati positivi e negativi, spesso e volentieri con un mix dei due. Era affascinante come dentro ognuno di loro si verificasse una sintesi della storia stessa, degli avvenimenti che formavano così come distruggevano il mondo, pezzo per pezzo, ogni giorno che passava.

Alle volte, qualcuno riusciva persino a superare le sue aspettative, scegliendo una posizione "estremamente positiva" o "estremamente negativa" - il che gli faceva domandare, con tutto interesse scientifico, cosa fosse scattato per avere risultati tanto "puri" in un individuo. E, soprattutto, cosa sarebbe accaduto nel mettere insieme ed a confronto due elementi con simili tratti personali e caratteriali.

Da qui, ovviamente, l'esperimento corrente. 

Nelle sue plurime ripetizioni, aveva registrato quasi equamente una "vittoria" di una piuttosto che dell'altra, sebbene spesso e volentieri la linea di confine restava poco definita: una creatura buona che, in seguito all'esposizione ad atti di tremenda natura, andava a modificare più o meno fortemente la propria, per continuare a coesistere con se stessa. Una creatura, di contro, malvagia era riuscita talvolta ad ammorbidire i suoi modi di fare, in seguito all'incontro con un qualcuno che aveva fatto breccia nell'impenetrabile dedizione alla malvagità.

Eccezioni, direbbero alcuni dei suoi simili - anche parecchio scontate, si sarebbe potuto aggiungere all'osservazione - che rappresentavano comunque un ampio spettro della natura umana. Eppure, anch'essi risultavano in qualche modo essere un miscuglio (seppur in percentuali differenti) dei due aspetti.

Da un certo punto di vista era affascinante, il numero infinito di possibilità e di combinazioni, cause ed effetti che quella fusione poteva comportare. Sentiva quasi di non star perdendo tempo con quegli esperimenti, per quanto ripetitivi nei loro generali risultati.

"Aah, tempo di passare al prossimo scenario dunque." Un sorriso gelido segna il momento in cui un'altra pagina della storia veniva voltata - le precedenti non dimenticate, ma assimilate e riassunte in un disegno più grande di tutte le cose. 


hannyakoma: (Default)
Prompt: Antitesi

Word count: 620
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
 //




La città sta bruciando.

Dalla cima dell'edificio su cui il terrorista ha attirato l'eroe, lo spettacolo è a dir poco mozzafiato: come sospettava sarebbe accaduto, i poteri locali hanno rifiutato la sua richiesta di lasciare andare suo fratello - un criminale incarcerato ed in attesa della sedia elettrica - e lui, come promesso, ha fatto saltare in aria contemporaneamente quattro dei luoghi più affollati dell'intera zona. Sia detto anche che, come ogni atto terroristico che si rispetti, aveva dato ampio tempo per decidere e per cercare di sventare una disgrazia. 

Per sfortuna degli eroi e dei governanti, questo terrorista è particolarmente letale e meticoloso nel suo operato.

"Sei soddisfatto, ora?! Questo è tutto ciò che volevi, no? Il terrore, la sofferenza. Degli esseri umani stanno morendo per colpa tua."

La voce dell'eroe, sua nemesi, è spezzata da un pianto a malapena trattenuto - fin troppo sensibile ed emotivo, ancora 'acerbo' per quella linea di lavoro - e trema di una rabbia tanto palese quanto ardente, quasi come le fiamme che si alzano da quattro punti della città.

Il terrorista alza un sopracciglio, osservandolo con la coda dell'occhio. "Ne muoiono ogni giorno a centinaia, nel mondo. Non vedo come un migliaio o due di persone in meno possano nuocere alla comunità." afferma, con una freddezza degna di tale nome.

La reazione è immediata.

"Ed i loro sentimenti? Non ti importa nulla di come si sentano quelli che vedono i loro cari in questo stato?!"

Di nuovo, così acerbo per quel genere di lavoro: solamente perchè qualcosa piace e ti ispira, non significa che sia automaticamente qualcosa che fa per te, dopotutto.

"Ah, dovrebbero? Nessuno si è mai interessato di quello che prova il prossimo." Nessuno si è mai interessato di quello che provano lui, o suo fratello. Se 

 Gerald fosse venuto a mancare, lui non avrebbe sopportato la cosa - non è forse lo stesso, quindi? "E ti ricordo, mio caro, che c'era la possibilità di evitare tutto questo. Sono stati i tuoi superiori a non sceglierla."

"Hai preso in ostaggio una città intera, migliaia e migliaia di persone, per far uscire un criminale di prigione!"

Ah, eccolo. Il giovane moralismo dei nuovi arrivati. E' sempre rinfrescante vederne, così come è soddisfacente strappare quel germoglio di purezza che ancora sperava di poter crescere rigoglioso in quella linea di lavoro.

"Appunto per questo. La vita di una singola persona, oppure quella di migliaia. Il governo avrebbe potuto salvare tutti coloro che sono morti 'per colpa mia', liberando una singola persona. Eppure hanno scelto di dare più valore alla legge, alle regole."

Per lui, suo fratello vale anche di più di una manciata di cittadini saltati in aria con un centro commerciale, o qualche vittima rimasta schiacciata sotto le macerie. Avrebbe compiuto altri dieci, cento attentati se ciò avesse significato vederlo libero sotto la luce del sole, al suo fianco.

"Sai benissimo che sarebbe stato un precedente! Il governo non può accontentare tutti i capricci di ogni singolo terrorista!"

"E' per questo che voi Eroi esistete, no? Per salvare le persone, prevenire queste situazioni e risolvere i problemi che nascono nelle vostre città. Non è vostra la colpa, in fin dei conti?"

"Come diavolo ti permetti?! Sei davvero- sei completamente pazzo!"

Non è assolutamente la prima volta che si sente dire una cosa del genere, nè sarà sicuramente l'ultima. Ride, quindi, perchè trova l'accusa veramente divertente - per quanto ripetitiva, scontata, un po' pare non invecchiare mai.

Così come non invecchia mai la risposta che dà poco dopo, soddisfatto nel vedere i palesi tremori nelle spalle altrui.

"Se è questo quello che ti fa comodo pensare. Io se non altro so reggere il peso delle mie colpe. E tu, piccolo Eroe?"

L'eroe tace, e quella per il terrorista è la risposta più eloquente.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Tesi

Word count: 630
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
 //




La città sta bruciando.

Ha fatto del suo meglio, davvero, ma a quanto pare non è stato sufficiente. Il governo l'ha incaricato di trovare ed inseguire il terrorista che ha minacciato di far saltare in aria "quattro dei luoghi di ritrovo più frequentati della città" se il governo non avesse liberato un certo Gerald Evans, ospite della prigione della contea in attesa della pena capitale. Forse non l'avevano preso abbastanza sul serio, nonostante l'ampio lasso di tempo che quello ha lasciato loro per prendere la loro decisione - tempo dedicato, dagli eroi, a investigazioni e ricerche per sventare una potenziale minaccia.

Palesemente, non è stato sufficiente.

Ora che è da solo con la causa di quell'orrore, in cima ad un edificio che offre loro la vista su quello spettacolo di terrore, non riesce a trattenere la rabbia.

"Sei soddisfatto, ora?! Questo è tutto ciò che volevi, no? Il terrore, la sofferenza. Degli esseri umani stanno morendo per colpa tua." 

Gli vomita addosso quelle parole con odio, sentendo già la bile salirgli in gola quando l'altro offre la sua risposta, in un tono noncurante, gelido - come se non fosse un problema che lo riguardava.

"Ne muoiono ogni giorno a centinaia, nel mondo. Non vedo come un migliaio o due di persone in meno possano nuocere alla comunità."

L'eroe sente di star abboccando ad un'esca palese, ma non si trattiene ugualmente. "Ed i loro sentimenti? Non ti importa nulla di come si sentano quelli che vedono i loro cari in questo stato?!"

Pare quasi pensarci, il terrorista, prima di replicare - abbastanza perchè l'eroe possa scorgere una scintilla di umanità nello sguardo altrui. La speranza nasce e muore quasi istantaneamente.

"Ah, dovrebbero? Nessuno si è mai interessato di quello che prova il prossimo. E ti ricordo, mio caro, che c'era la possibilità di evitare tutto questo. Sono stati i tuoi superiori a non sceglierla."

"Hai preso in ostaggio una città intera, migliaia e migliaia di persone, per far uscire un criminale di prigione!"

"Appunto per questo. La vita di una singola persona, oppure quella di migliaia. Il governo avrebbe potuto salvare tutti coloro che sono morti 'per colpa mia', liberando una singola persona. Eppure hanno scelto di dare più valore alla legge, alle regole."

'Sta' zitto, sta' zitto!' è il pensiero che si ripete nella mente del giovane eroe, quasi come un mantra che gli serve per restare ancorato al presente. E' difficile sentir pronunciare così platealmente le parole che s'era permesso solo di pensare - perchè il governo non ha ceduto? Ovviamente lo sa bene, lo sa benissimo, maledizione, ma ciò non significa che le parole che escono poco dopo dalla sua bocca non gli lascino un retrogusto amaro in bocca.

"Sai benissimo che sarebbe stato un precedente! Il governo non può accontentare tutti i capricci di ogni singolo terrorista!"

Lo sente. Sente di aver commesso un errore, con quelle parole, perchè l'espressione del criminale di fronte a sè assume una piega quasi di compassione. Non gli piace quello sguardo, perchè l'ultima cosa che vuole è che il suo nemico provi pietà nei suoi confronti.

"E' per questo che voi Eroi esistete, no? Per salvare le persone, prevenire queste situazioni e risolvere i problemi che nascono nelle vostre città. Non è vostra la colpa, in fin dei conti?"

Ricevere un pugno nello stomaco ha fatto meno male di quella risposta - la rabbia, di nuovo, monta come impazzita in pochi secondi.

"Come diavolo ti permetti?! Sei davvero- sei completamente pazzo!"

Gli si spezza la voce - non avrebbe dovuto mostrarsi debole di fronte ad un mostro simile.

"Se è questo quello che ti fa comodo pensare. Io se non altro so reggere il peso delle mie colpe. E tu, piccolo Eroe?"

L'eroe ammutolisce: i sensi di colpa lo stanno già divorando internamente.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Sparviero

Word count: 650
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
 //




Prendere lezioni di falconeria avrebbe aiutato con la sua fobia per i volatili, nella teoria così caldamente espressa da suo padre nel mentre che l'accompagnava verso il campo dove si sarebbe, appunto, allenato. La rivelazione, perchè giustamente non gli era stato detto il motivo reale per cui si stavano dirigendo ai giardini del palazzo, aveva suscitato nel principino una serie di pensieri del tutto poco positivi, che variavano nello specifico tra il trovare il consigliere maledetto che aveva suggerito l'idea a suo padre al prendere e fingere un attacco di mal di stomaco per rintanarsi nel comfort della sua stanza. Entrambe, comunque, prevedevano una metodica e letterale fuga dalla situazione e da quei piccioni oversize che avrebbero sicuramente tentato di ucciderlo.

Gustav lo sapeva, che sarebbe successo esattamente quello. Lo sentiva nelle ossa e nei muscoli, a cui teneva un sacco tra parentesi e che quindi avrebbe preferito tenere intatti e sani e lontani dalle grinfie di qualsiasi falco o aquila o altro essere dotato di ali ed artigli (chi diavolo ha creato esseri simili, per dio!).

Ovviamente, il suo piano va in frantumi - perchè in tutto questo attivo pensare, suo padre l'ha guidato alla loro destinazione e sta già parlando con l'ipotetico istruttore - un uomo che non ha mai visto prima, alto il doppio di lui ed altrettanto spesso, avvolto in abiti di classe dalla testa ai piedi e con uno di quegli esseri demoniaci già comodamente appollaiato su una spalla. 

Gustav lo guarda - il piccione, non l'istruttore - con discreto riservo, teso come una molla pronta a scattare. Gli occhi del pennuto incrociano i suoi un paio di volte ed il principe sente nelle sue viscere un discreto desiderio di fuggire: la bestia sta già studiando come strappargli pezzi di dosso, se lo sente.

"E questo giovanotto dev'essere vostro figlio, Maestà", una voce profonda, che ha sentito ovattata - di sottofondo - fino a quel momento in cui viene interpellato, lo strappa da quella sfida di sguardi tra lui ed il piccione. L'attenzione di Gustav ritorna quindi sugli esseri umani, suo padre e l'altro nobiluomo, un po' spaesato ed ancora rigido come non mai. "Piacere di incontrarvi, Milord. Il mio nome è Claude Blanche e Sua Maestà vostro padre mi ha dato l'onore di diventare il vostro insegnante di falconeria."

Gustav annuisce, lanciando l'ennesima occhiata al volatile, prima di provare a non tremare come una foglia nel presentarsi. "Piacere mio... Um, Sir Blanche. Io sono Gustav Henry Milverton."

Soddisfatto di quel minimo, anche se davvero avrebbe potuto fare di meglio, si limita a concludere con un mezzo inchino di cortesia, prima di tornare a fissare il piccione fin troppo cresciuto. Pare dare un'impressione sbagliata, perchè la sua cautela viene scambiata per curiosità dal nobile, che appunto domanda:

"Vi piacciono gli uccelli, Sire? Alcune specie vengono utilizzate nella caccia, come questo appunto." Una mano coperta da uno spesso guanto di cuoio va ad avvicinarsi alla creatura, che con un'abitudinarietà marcata zampetta sulle sue dita con piccoli passetti. Gustav trattiene il respiro quando la vede aprire le ali e sbatterle un paio di volte per stabilizzarsi, facendo fisicamente un passo indietro - a cui ne sarebbero onestamente seguiti altri, se solo la sua mano destra non sia ancora stretta in quella di suo padre.

"Mio figlio è... poco abituato a questo genere di cose." commenta quest'ultimo, tirando il più giovane avanti per recuperare il passo di poco prima. "Speravo potessi aiutarlo a superare il suo problema con un po' di esperienza, Claude."

Ma anche no, pensa il principe, cercando con discrezione - e fallendo - di liberarsi dal genitore. Purtroppo per lui, la fine pare siglata nel momento in cui il falconiere libera una bonaria risata che, francamente, non dovrebbe essere legale e promette di fare del suo meglio per aiutare il figlio del suo mentore.

Gustav non trova via di fuga da quella situazione.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Anfibio

Word count: 910
Rating: sfw
Fandom:
Owari no Seraph
Note:
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Ferid non è mai stata nè mai sarà una persona con cui è facile avere a che fare, sin da principio ed ancora di più difficile da reggere se ci si entra in confidenza. Perchè sì, insomma, siccome non c'è mai limite al peggio - e Crowley è ormai dichiaratamente un masochista, per voler continuare ad avere a che fare con l'altro - Ferid Bathory è considerabile una minaccia per la società e per tutto il dipartimento di Fashion Design.

Pur ammesso che, nel suo essere una creatura caotica ed imprevedibile, non si può negare che il suo senso estetico sia qualcosa su un altro livello, ci sono volte in cui il rosso pensa che forse avrebbe fatto meglio a darsela a gambe quando l'altro l'aveva approcciato la prima volta. Però, a sua discolpa, al tempo era una matricola appena trasferita in città e con zero conoscenze che potessero metterlo in guardia.

Era anche cominciata bene, a dirla tutta: Ferid appariva come appare tutt'ora un tipo eccentrico, un po' misterioso (nel senso che ti nasconde tante cose ed è forse meglio che tu non sia tra i "fortunati" che arrivano a scoprirle tutte) e molto, molto invadente una volta che qualcuno attira la sua attenzione.

Crowley, come dire, l'ha attirata così tanto che dopo un paio di mesi sono finiti a letto insieme - da adulti e vaccinati quali sono, nessuno gliene fa una gran problematica - e, per qualche ragione, da quel momento non si sono più veramente separati. 

Il che, naturalmente, ha comportato l'inizio di una convivenza in cui non aveva creduto inizialmente nessuno dei loro amici, in comune e non. Eppure, dopo un paio di traslochi e cambi di affittuario per motivi a cui Crowley non voleva ripensare, eccoli lì, in un appartamento discreto ma che risponde del tutto alle loro esigenze - e già l'essere a metà tra i loro rispettivi istituti è una gran cosa - e con l'ennesimo dramma dell'inizio giornata.

Chissà di cos'è il turno oggi, pensa lui, intento a sfogliare il giornale che ha recuperato dall'edicolante a due passi dalla panetteria, dove ha già recuperato la colazione per sè e per la primadonna nella stanza accanto. 

Giura di amare Ferid, probabilmente più di quanto sia credibile agli occhi altrui, ma sentirsi domandare tre volte al minuto "Crowley caro, hai visto i miei anfibi? Quelli alti, neri, con tutti i lacci ed il tacco più fine?" magari anche no.

Se sente bene, con il filo di attenzione che concede al fidanzato durante una di quelle ricerche maniacali, adesso è alla lettera M della rubrica di contatti a cui potrebbe, come non potrebbe, aver prestato i suddetti stivali. O dove li aveva dimenticati, che dir si voglia. Ossia, è il turno del povero Mikaela - suo sfortunato compagno di corso, seppur di qualche anno più giovane, che aveva avuto la discutibile fortuna di lavorare su un progetto collettivo qualche mese prima. La platonica infatuazione di Ferid per il poveretto l'avrebbe quasi preoccupato, se non avesse assistito al salvataggio da parte del fidanzato di Mikaela (tale Yuichiro) e del suo gruppo di amici, durante un'uscita in città.

Bravi ragazzi, quelli. 

Prendendo l'ennesimo sorso di caffè, fa in tempo ad accorgersi dei passi ovattati sul pavimento, in rapido avvicinamento. Alza lo sguardo dal giornale e, oltre gli occhiali, incrocia il viso di Ferid, ancora impegnato a scorrere la lista contatti.

"E' incredibile! Nessuno li ha visti!" sbotta l'aspirante stilista, alzando il braccio libero al cielo come a sottolineare la sua esasperazione. "Con quello che ci ho impiegato a sistemarli perchè fossero esattamente come li volevo... non posso pensare che siano spariti nel nulla. Qualcuno deve averli presi."

"Magari li hai messi in qualche armadio quando ci siamo spostati?" offre il rosso di contro, pacato e diplomatico. 

"No, sono sicuro di averli tirati fuori. Devono essere qui da qualche parte, oppure da qualcuno che conosciamo."

Altro sorso di caffè. Crowley pensa che la caffeina sia la cosa migliore al mondo in quei momenti. "Pensavo avessi già finito il giro contatti?"

"Mi mancano ancora Krul e la fidanzatina di Guren."

"... E tu credi davvero che una di quelle due abbia i tuoi stivali?"

"Era un'ipotesi!"

Crowley sospira, chiudendo e posando il giornale sul tavolo accanto alle brioches ed al caffè. Si alza, in silenzio, ed ignora la domanda "dove vai?" che gli arriva naturale e scontata come il respirare. Entra in camera da letto, fruga in uno scaffale dell'armadio che gli viene particolarmente facile da raggiungere data la stazza, e tira giù uno scatolone che esamina subito.

I maledetti anfibi che Ferid sta cercando da almeno un'ora e che lo stesso gli aveva espressamente detto di mettere in alto sugli scaffali, così che nessuno potesse metterci mano. 

"Sei sicuro di aver guardato in tutta casa?" chiede, per conferma.

Dall'altra stanza, gli arriva un sonoro ed indignato: "Ovvio, per chi mi hai preso!".

Crowley richiude quindi la scatola, la ripone esattamente dove l'ha trovata e decide di far soffrire il suo ragazzo ancora per un po'.

Ritorna da Ferid con l'espressione che aveva giusto quando s'è allontanato nemmeno cinque minuti prima. L'altro ha cominciato finalmente a fare colazione e Crowley, da bravo partner, decide di scaldargli un'altra tazza di caffè, per galanteria.

Forse gli avrebbe fatto trovare gli stivali a rientro dai corsi, la sera. O forse no, perchè comunque una vendetta se la merita anche lui ogni tanto, e che diamine.

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Prompt: Drago

Word count: 590
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
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Tra tutte le qualità per cui, chi lo conosceva, avrebbe potuto fargli sincere congratulazioni (ben poche, davvero) senz'ombra di dubbio spiccavano la sua determinazione e la capacità di completare un incarico a tutti i costi. Quasi. Probabilmente molti avrebbero guardato a quella che poteva essere definita una caratteristica positiva come qualcosa di negativo, chiamandola "testardaggine" oppure anche "ossessione", ma con tutta onestà c'era ben poco che Hisei potesse farsi di quelle opinioni. 

Gli altri non potevano vantarsi di aver scoperto una nuova razza di creature magiche alla tenera età di sedici anni. Gli altri avevano forse un quarto della sua capacità atletica e dei suoi riflessi, specialmente dopo i mesi passati ad evitare di spiaccicarsi al suolo come un incantesimo Meteora e diventare una pozza di capelli rossi e occhi verdi ed ambizione di diventare il miglior fottuto ricercatore di creature magiche dell'intero continente. Grazie tante.

Tornando al presente, comunque, Hisei si era premurato di consultare la sua magnanima genitrice non umana - Mamma Ilkenlast aveva sempre mostrato un enorme supporto per lui e le sue idee, se non altro finchè queste non riguardavano qualcosa di pericoloso o il tentare di fare qualcosa di veramente stupido. Ergo, pericoloso - prima di effettivamente lanciarsi nell'impresa. Il suo 'fratellino' Heilon, pure, si era offerto di accompagnarlo (e praticamente fargli da mezzo di trasporto, dato che solo uno dei due era un drago completo ed in grado di trasformarsi da forma reale a umano e viceversa; l'altro era, a detta di tale drago, "uno sfigato che si ficcherebbe nei guai da solo, o si farebbe mangiare", e siccome tale scenario renderebbe mamma Inlkenlast veramente triste, "per carità degli dei, Hisei, verrò con te").

Ogni tanto, davvero, l'istinto protettivo della stirpe dei draghi aveva un non so che di limitante - non per i draghi di per sè, mai per loro, perchè creature tanto magnifiche ed antiche e potenti non avrebbero avuto bisogno del "permesso" per proteggere o smettere di proteggere ciò che consideravano "loro", ma per i soggetti a quel tipo di protezione. Il giovane ricercatore, fortuna o sfortuna volendo, era stato inserito in questo schema di protezione e, in aggiunta, in quella che si poteva considerare una grande famiglia composta da Mamma Ilkenlast e dai pargoletti (umani, draghi umanoidi o sanguemisto) che questa aveva adottato nel corso degli anni.

Era lì che Hisei aveva inizialmente incontrato Heilon - un giovane drago già in grado di assumere forma umana, sebbene la sua pelle fosse occasionalmente coperta da squame che non riusciva a nascondere ed i suoi canini decisamente più lunghi ed appuntiti rispetto a quelli di un comune umano. Le loro prime interazioni... beh, diciamo che la tenerissima età di entrambi e le esperienze di entrambi non avevano aiutato. Una volta superato il primo muro, tuttavia, erano diventati pressochè inseparabili, finchè ognuno non aveva scelto quali passioni perseguire.

Hisei voleva bene ad Heilon. Sapeva anche che Heilon gliene volesse di rimando. Ciò non cambiava il fatto che se avesse voluto buttarsi a volo d'angelo giù da un ramo per acchiappare un esemplare raro persino della razza, rara già di per sè, su cui stavano raccogliendo informazioni, l'altro avrebbe dovuto avere un minimo di fiducia. Non trasformarsi, acchiapparlo letteralmente per la collottola come un gatto mancato con le sue zanne, e trascinarlo via verso il patheon solo sa dove.

Un drago per amico è raro, per compagno è prezioso, ma per fratello è veramente una rottura di palle.

(Toccategli suo fratello, comunque, e sarà l'ultima cosa che farete mai in vita vostra.)

 


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Prompt: Pinguino

Word count: 610
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
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Eric non si considerava una persona particolarmente eccentrica.

Si trattava del classico uomo di famiglia, con una moglie che aveva sposato per amore e con cui condivideva ora una vita per abitudine, con due figli che (come tutti i bravi fratelli) non si potevano lasciare da soli in una stanza per più di cinque minuti senza che cominciassero a scannarsi per questo o quel motivo, ed infine con un cane che definire affettuosamente "stupido come un posacenere" (metafora a marchio di uno dei suddetti figli, probabilmente sentita da qualche parte a scuola) sarebbe un sincero eufemismo.

Lavorava per un'industria di sviluppo tecnologico, reparto software, e portava a casa una decente somma di denaro per mantenere la famiglia ed accontentare qualche vizio qua e là, sia di sua moglie che dei suoi figli che suo. Perchè onestamente sì, un contentino anche lui se lo meritava, dopo nove ore di lavoro più spostamenti da e verso casa, senza che potesse inserire questi ultimi nella nota spese. Braccino corto di un capo, si diceva. Un giorno sarebbe stato al suo posto, sicuro, continuava poi con tutta l'aria di chi si stava cercando di pompare per vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto (e per evitare di cedere alla tentazione di prendere la stilografica del suddetto braccino corto e ficcargliela in un occhio).

La vendetta era un piatto da servire freddo, aveva sempre sentito dire, però a lui i piatti freddi come il sushi o quegli stuzzichini strani da gourmet fanno davvero schifo, quindi insomma...

Ah, stiamo divagando.

Tutto sommato, quindi, Eric non era mai stata una persona eccentrica, anzi: pareva, dall'esterno, essere il riferimento della normalità più normale tra le cose considerabili normali.

Se non fosse per il pinguino.

Non ricordava quand'era accaduto per la prima volta, quindi nemmeno avrebbe potuto dire da quanto tempo la cosa andasse avanti di conseguenza, ma uno strano pinguino che apparentemente solo lui poteva notare aveva preso a seguirlo in ogni dove lui andasse. Usciva di casa per andare a lavoro? Se lo trovava bello spiaggiato come una foca sui sedili sul retro. Rientrava dopo la settimanale visitina in palestra, giusto per confermare le apparenze dell'uomo normale? Lo vedeva zampettare dalla cucina in salotto, con i suoi movimenti goffi e le braccine-alette che si muovevano tutte per tenere un equilibrio. Se l'era trovato anche in bagno, ad aspettarlo dopo la meritata doccia - e lì aveva quasi urlato, la prima volta, perchè porca puttana non è possibile che sto coso sia ovunque. Manco stessero facendo una replica di Psycho, poi, soprattutto perchè mancava il coltello.

Con il tempo, e per non destare sospetti, aveva preso ad ignorarlo ed esercitare una calma zen del tutto degna di lode. Ed a dirla tutta, si meritava anche un premio come attore dopo che suo figlio minore, Jackie, l'aveva sentito parlare da solo alla bestia malefica (non chiedete, era arrivato al punto di sperare che se avesse dato attenzioni a quell'affare, questo si sarebbe dileguato. Palesemente le cose non erano andate secondo i piani) ed era riuscito a giocarsela divinamente - "è solo una prova per un prossimo sistema intelligente, figliolo, uno che ti parla e ti chiede come aiutarti".

Aveva la certezza che Jackie se la fosse bevuta, perchè un momento dopo era già corso fuori dalla stanza per dire a suo fratello la grande scoperta, con tanto di elogi alla sua persona. Eric era certo di meritarsi il titolo di genio a tutti gli effetti.

E forse lo era veramente, in fondo: tutti i geni sono un po' pazzi, si dice. La prova di Eric era un pinguino stalker che solo lui vedeva.


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Prompt: Mare

Word count: 810
Rating: sfw
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Originale
Note:
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All'arrivo nella nuova dimensione, il mondo si capovolse. 

Reyes non sentì più la terra sotto i piedi, nè il delicato profumo dei fiori di campo che l'avevano circondata poco prima, ed anzi il vento sembrava sferzarle il viso, scompiglindole i capelli ed oscurandole così buona parte della visuale.

Ciò che colpì per primo i suoi sensi, furono i caldi colori del Terzo Sole - le sfumature che molti cieli dei mondi che aveva visitato assumevano al tramonto, quando il sole cedeva il posto nella volta celeste alla luna ed alle lontane stelle.

Poteva essere una questione di nostalgia, ma Reyes li amava. Forse più di quanto avrebbe voluto ammettere, considerando come la sua attenzione fosse stata rapita da essi per più di qualche secondo utile, altrimenti, ad evitare lo schiantarsi di faccia al suolo.

Presa dall'osservare i colori proiettati nel cielo e sulle nuvole, si rese conto con qualche momento di ritardo di essere ancora in caduta libera, infatti. Un attimo dopo ancora, anche del fatto che fosse in mare aperto: sotto di sè si allargava un'apparentemente infinita pozza d'acqua cristallina, salata e limpida come poche volte aveva visto in altri luoghi.

Voltandosi a tre quarti verso il "suolo", fece in tempo a vedere una nave muoversi in maniera del tutto anomala, troppo per essere in un mondo "normale": non percepiva l'energia prepotente, naturale attorno a sè com'era stato per Moebius, bensì focalizzata in pochi punti nel mondo - immaginò che si trattasse di quel tipo di dimensione in cui pochi fortunati, o sfortunati che si volesse dire, potessero sfruttare poteri particolari, o benedizioni divine che dir si voglia.

Avrebbe dovuto domandare conferma, al più presto. Per il momento, avrebbe lasciato la sua sorte in mano a colui o colei che stava comandando il vascello. "No," si corresse mentalmente, "le correnti del mare, più che il vascello."

Non volendo arrecare danno alcuno, ma spinta dalla curiosità più che dalla saggezza, l'unico incantesimo che lanciò la donna su di sè servì ad alleggerire il suo peso, per rallentare la caduta e non pesare troppo nè sulla vela della nave verso cui stava volando, nè tanto meno (in seguito) sulle braccia del suo prode eroe.

Probabilmente quel salvataggio fu uno dei più emozionanti della sua storia, a dirla tutta. Sebbene, a dirla tutta, non fosse veramente in necessità di essere salvata.

Le braccia dell'uomo, comunque, la sorreggevano con sicurezza dopo averla afferrata al volo, post impatto con la vela e scivolamento giù da essa, una sotto le sue cosce (in maniera del tutto propria, da galantuomo) ed una attorno alla sua vita. Reyes, di contro, si sorreggeva con le mani sulle spalle di lui, i lunghi capelli color vignaccia leggermente umidi ad incorniciarle il viso ed a cadere a mo' di tenda attorno al capo dell'uomo, pure.

Sorrise, lei, un'occhiata di gratitudine nelle iridi cremisi. "Grazie, mio salvatore." disse con leggerezza.

L'uomo, dal canto suo, sbattè più volte le palpebre come a volersi schiarire le idee. O forse capire se si trattasse davvero di una ragazza, che stava stringendo fra le braccia ed era appena atterrata sulla sua nave. Sembrò ponderare qualche secondo cosa dire, in effetti, ma qualunque idea avesse avuto in un primo momento parve essere dimenticata in favore di un più schietto- "Da quant'è che non mangia, signorina? E' così... leggera."

Reyes non specificò sul fatto che si trattasse di un effetto magico, optando invece per un'altra domanda. "Accade tutti i giorni che salviate qualcuno caduto dal cielo?"

L'altro scosse il capo, riposizionando le proprie mani per stringerle con salda presa i fianchi e tenerla sospesa in aria con facilità di fronte a sè. "No, in effetti no! Potrebbe essere... sì, direi che è la prima volta." ammise, e se fu affetto in qualche modo dalla mancanza di risposta non lo diede a vedere.

Intanto, attorno a loro, il vento cominciava ad alzarsi portando con sè i profumi del mare e del sole e del legno colpito da entrambi.

Quando finalmente (poco dopo, davvero) i suoi piedi tornarono a toccare il suolo, Reyes si prese qualche momento per osservare il ponte della nave, occupato per di più da tutto quello che uno si potrebbe aspettare di trovare, assieme ad un via vai di marinai che, nonostante la situazione particolare, non sembravano particolarmente turbati dal suo improvviso arrivo.

"Beh, direi che avete fatto un lavoro più che eccelso, sir." Con un piccolo inchino, Reyes ringraziò apertamente per il gesto. "So che non vi servono aiuti in senso magico, ma sappiate che avete la mia gratitudine."

L'uomo, osservandola ancora una volta da capo a piedi, poggiò le mani sui propri fianchi. "Perchè intanto non le offro uno spuntino, miss?"

Reyes, ancora una volta, sorrise ed accettò con gratitudine. Il rumore delle onde accompagnò entrambi, mentre si spostavano sotto coperta.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Cascata

Word count: 590
Rating: sfw
Fandom:
Magi
Note:
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Quando Masrur l'aveva avvicinato dopo una riunione, con la solita espressione impenetrabile ed apparentemente illeggibile, e gli aveva chiesto quali fossero i suoi piani da lì a tre giorni, Sharrkan si era un attimo congelato sul posto. Il Fanalis non aveva mai, sottolineando il mai, chiesto una cosa del genere a nessuno dei generali (non che lui sapesse, in realtà, ma questo è un dettaglio facilmente trascurabile) prima di quel momento: forse perchè c'era ancora tanto da fare a Sindria, neo regno fondato da una manciata di anni ed ancora in sviluppo, e nessuno aveva tempo libero da dedicare a qualcosa che non fosse un allenamento, o delle ricerche, o più in generale a risolvere problemi causati da altri - possibilmente non a livello internazionale anche, grazie Sinbad.

Quindi sì, il fatto che Masrur stesse chiedendo a lui cos'avesse pianificato, un po' lo lasciò spiazzato in un primo momento. Che volesse uscire a bere, finalmente, come i veri uomini? O forse - forse voleva chiedergli consigli, in privato, su come migliorare nell'arte della spada senza farsi vedere o sentire dagli altri generali. Avrebbe avuto senso, considerando che Sharrkan portava indubbiamente il titolo di miglio spadaccino di Sindria.

O ancora meglio, anche se con quest'ipotesi si stava addentrando in un terreno inesplorato ancora, aveva intenzione di domandargli aiuto su come conquistare una fanciulla che aveva attirato la sua attenzione. Oh, quello sarebbe stato grandioso!

Pieno di idee la cui verosimiglianza restava nel campo del dubbio, il più grande ovviamente gli rispose di aver tempo libero, aggiungendo per sicurezza un "puoi chiedermi quello che vuoi, eh! Non fare complimenti!" che suonò leggermente fuori luogo - non che avesse idea se Masrur avesse colto o meno l'indiretto messaggio in quelle parole, perchè da bravo Senpai verso un Kohai Sharrkan gli avrebbe fornito tutto il supporto necessario.

Non gli passò nemmeno per un momento, manco per l'anticamera del cervello, che forse l'essere chiamato appena al di fuori della capitale (nell'area dove la foresta regnava ancora sovrana ed incontrastata, salvo per un paio di sentieri battuti ed alcune aree lacustri e fluviali formatesi naturalmente nel corso del tempo) potesse avere un significato particolare. 

Masrur doveva davvero tenere alla privacy per scegliere un posto tanto appartato, lontano dal palazzo reale e dai soliti locali: quello dove l'aveva portato era un piccolo spiazzo pianeggiante, ove un piccolo lago s'era formato dal continuo scorrere di un fiume nell'ennesima conca naturale dell'isola. La sorgente doveva essere ancora un po' più in alto rispetto a dov'erano loro, perchè il suo corso era riuscito a formare una cascata alquanto scenica prima di tuffarsi nello specchio d'acqua sottostante. Un luogo piuttosto da spettacolo, se poteva dire la sua.

"Wow! Mica male, Marsur. Se ci portassi una donna, sono sicuro che ci rimarrebbe senza parole!" aveva commentato, mani sui fianchi e sguardo catturato dal continuo scrosciare dell'acqua.

Quello che aveva mancato di vedere, però, preso dalla magia della natura offerta ai suoi occhi, fu l'occhiata che il Fanalis gli riservò a quel commento. Si rese conto di essersi perso qualcosa quando, poco dopo, Masrur se lo caricò in spalla con un monotono "sei un idiota", prima di lanciarlo sotto la cascata che stava ammirando fino a poco prima, senza remore.

(Sharrkan ricordò l'evento mesi dopo, accoccolato al fianco dell'ora compagno dopo una lunga giornata, e realizzò che di aver quasi rovinato il loro primo appuntamento. Per fortuna, Masrur non gli aveva fatto pesare la cosa - non troppo, almeno.)

 


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Prompt: Ghiaccio

Word count: 540
Rating: sfw
Fandom:

Note:
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Per tutta la sua vita, o per quanto la sua mente ricordasse della sua infanzia, Todoroki aveva sempre odiato il fuoco.

Un po' perchè gli ricordava suo padre, che non gli permetteva di giocare e divertirsi come i suoi fratelli e sorella perchè "non c'era tempo, doveva allenarsi" e "se hai tempo per pensare a queste cose, puoi dedicarti a studiare". Forse più di solo "un po'", alla fine, perchè Todoroki Enji pareva essere l'incarnazione del fuoco stesso - sia per quanto ardente fosse il suo desiderio di diventare il numero uno, sia per quanto disposto fosse a far terra bruciata di ciò che lo circondava, risparmiando solo e soltanto quello che gli faceva comodo tenere.

Un po' perchè quello stesso elemento non lo sentiva suo, in fondo: aveva sempre preferito la fresca sensazione del tè in estate, quello che preparava sua madre prima che tutto andasse storto, o il sapore più delicato della soba fredda - che non a caso era diventato il suo piatto preferito, una volta cresciuto. Il freddo, il ghiaccio in qualche modo faceva più parte di sè, che se ne potesse dire di lui: un perfetto ibrido tra i quirk dei suoi genitori, si era sentito dire, come se fosse un reale complimento per lui essere definito come il risultato di un 1+1, piuttosto che un'entità a se stante.

Dopo l'incidente di sua madre, e il rapporto in caduta libera che ebbe con suo padre, Todoroki scelse ancora di più la sua metà più fredda e lo fece principalmente per vendetta nei confronti di un genitore che aveva privato non solo lui, ma anche i suoi fratelli dell'unica persona che pareva curarsi veramente di loro. Una vendetta inutile, a quanto sembrava, però perchè l'eterno numero due la considerava più un capriccio bambinesco che prima o poi sarebbe dovuto finire, con le buone o con le cattive.

Shouto la prese così sportivamente, quando udì quelle parole (o non proprio quelle, ma il significato restava intrinseco in esse), che la notizia dell'iceberg generato in pieno primo round al Festival Sportivo ancora restava, dopo mesi, uno scherzo ai danni del povero Sero, al tempo suo avversario. 

Non ci aveva potuto fare nulla, in quell'occasione: la rabbia - unico fervore che provava, finchè un certo ammasso di capelli verdi e lentiggini non gli spiattellò in faccia una verità tanto semplice e palese quanto stupidamente dolorosa da accettare - l'aveva spinto più in alto di quanto avesse voluto, facendogli perdere la gelida calma per cui era tanto rinomato per un secondo. Non il controllo, quello mai, altrimenti a quest'ora lo scandalo del figlio "perfetto" di un famoso eroe che causava un incidente del genere allo stadio sarebbe stato ancora sulle bocche dei giornalisti-avvoltoi in cerca della qualunque per affossare una figura pubblica. Però c'era andato vicino, sì.

Pensandoci, avrebbe potuto dire che fosse stata la prima volta in cui il fedele ghiaccio l'aveva "tradito" - sebbene non potesse veramente dirgliene contro in una tale situazione di stress emotivo, non elaborato soprattutto. Era destino che prima o poi arrivasse quel momento di rottura, e probabilmente era stato meglio un iceberg gigante piuttosto che un inferno di fiamme contro il compagno di classe, dopo tutto.

 

hannyakoma: (Default)
Prompt: Acqua

Word count: 930
Rating: sfw
Fandom:
Originale
Note:
 TW: tematiche delicate (suicidio).




C'erano una volta, Michi e Uta.

In un villaggio di pescatori, due bambini nascono quasi nello stesso periodo, a distanza di pochi giorni, da famiglie bene o male amiche tra loro. Qualcuno potrebbe pensare che fosse destino, ma vivendo praticamente insieme c'erano poche speranze che non giocassero o quantomeno crescessero l'uno in compagnia dell'altro. Diventano amici di infanzia, quindi, quasi inseparabili nel tempo libero così come nei momenti in cui i genitori cercano di insegnar loro il mestiere della famiglia: essendo lo stesso, non costa veramente nulla ad uno o all'altro padre tirar su uno o due frugoletti da portare sulla barca, almeno per prendere confidenza con l'ondeggiare costante che avrebbe fatto loro da costante compagnia.

La loro infanzia procede, bene o male, senza intoppi sotto quel punto di vista. Qualche piccolo screzio, un litigio qua e là sempre risolto scusandosi a turno, e la vita proseguiva senza intoppi.

Il loro rapporto inizia a cambiare dopo che il padre di Uta viene a mancare durante una sessione di pesca in alto mare in cui Michi e suo padre hanno partecipato. E' un incidente tragico, causato principalmente da una rete mal piazzata ed uno scoglio che sembrava più lontano di quanto non fosse. E' stato Michi ad occuparsi della rete, quel giorno, e la cosa lo uccide dentro sempre di più ogni giorno che passa.

Uta non gli rivolge la parola per giorni, settimane, mesi. Da un certo giorno, smette persino di farsi vedere in giro per il villaggio - di punto in bianco, da sera a mattina - ed i pescatori più anziani gli dicono che manca all'appello una barca dal porticciolo. Michi pensa, molto egoisticamente, che Uta l'abbia abbandonato.

Passano i mesi, forse anche un paio di anni, e all'alba di quello che crede essere il suo quindicesimo anno, Michi pensa di aver superato la parte peggiore della sua giovane vita. Elaborata, perlomeno, superata nella sua mente. C'è ancora chi lo guarda con un sentimento a metà tra la pietà ed il risentimento, ma sono pochi quelli che gli parlano direttamente della cosa - esistono, comunque, quelli che spargono malelingue e superstizioni, come quella arrivatagli alle orecchie settimane addietro: fuochi fatui, apparizioni spettrali a filo dell'acqua poco più in là della riva, ancora increspata dalle piccole onde che si abbattono sul bagnasciuga. Qualcuno dice che sia il fantasma di Yukio, il padre di Uta, o di Uta stesso, tornato per avere la sua vendetta.

Michi, pur nel senso di colpa, non ha mai creduto alle maledizioni o al sovrannaturale - non più di un discreto ed accettabile margine di superstizione - ma al sentir nominare quei due nomi subito gela. Quella notte non riesce a chiudere occhio, nè quella dopo, nè quella dopo ancora.

Quando finalmente crolla, viene accolto da un sonno tormentato.

Nel sogno che gli si apre davanti agli occhi, perchè di quello non può che trattarsi, vede se stesso in piedi sulla barca - un ricordo, dovrebbe essere, ma da un punto di vista che non comprende - ed aggrappato a quello che riconosce essere suo padre per avere stabilità. Non sente rumori oltre quello delle onde che gli schizzano d'acqua il viso, sebbene veda le bocche muoversi come per parlare. 

La scena cambia di improvviso, poi, alla notte maledetta in cui ha indirettamente causato la morte di Yukio: questa volta, non vede altro che scale di nero e grigio, e di nuovo nessuna parola spiccicata dalla bocca dell'uomo. Quello che sente, però, è lo "splash" di quando lui cade in acqua, insieme ad un sonoro "crack" che gli stringe lo stomaco e gli causa al tempo stesso una sensazione di nausea.

Ancora, appena sbatte le palpebre, un altro scenario lo attende. E' notte, e non si riconosce ancora una volta: sa di essere in piedi e che di fronte a sè c'è solamente una distesa d'acqua increspata dal vento a largo della terraferma. La luce della luna si riflette, come su uno specchio distorto, in un gioco di luci e ombre che gli permettono di avere un'idea di dove si trovi.

Poi, d'improvviso, il mondo si ribalta: vede la barca da sotto, adesso, e l'unica fonte di luce attraverso un velo tremolante, sempre più distante. Bolle d'aria risalgono dalla sua bocca verso la superficie, quasi si stessero rincorrendo per fare a chi arriva prima, finchè di aria non ce n'è più.

La visione diventa sempre più appannata, sente bruciare il petto nonostante si trovi ormai sommerso, pesante.

Quando chiude gli occhi, sente il terrore di una fine che tutti dimenticheranno.

.

.

.

Al risveglio, Michi si sente gli occhi bruciare, le guance umide e la gola che brucia, irritata. 

Gli ci vuole un attimo per ritrovarsi, non sa ancora come, sul bagnasciuga distante qualche centinaio di metri dal solito porticciolo del villaggio. Non è certo di come ci sia arrivato, così come non è certo di cosa diavolo sia successo in primissimo luogo. 

Si sente come se avesse pianto, forse. Urlato, anche, sebbene le sensazioni parevano lontane nel tempo - l'ultima volta che è accaduto, se non erra, fu la mattina in cui lui e suo padre tornarono dalla pesca senza Yukio. La notte dell'incidente.

Il ricordo gli causò una serie di spasmi allo stomaco, obbligandolo a rigurgitare sul posto i contenuti di quest'ultimo. Sentì nuove lacrime pizzicargli gli occhi, insieme alla necessità di sciacquarsi la bocca più volte. Per un attimo, però, il pensiero lo inorridì: anche da sveglio, Michi sentiva ancora l'acqua scivolargli giù per la gola, violenta e inesorabile.

Forse non si sarebbe dovuto svegliare.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Oscurità

Word count: 910
Rating: sfw
Fandom:
Black Clover
Note:
 Return to (Darnkess) Monke.




Il covo dei Toro Nero era sempre stato un luogo pieno di mistero, specialmente per i suoi occupanti. 

A volte, la base stessa tendeva a cambiare la sua forma, a spostare le stanze che ognuno occupava o anche solo a riassemblarsi dopo le abituali operazioni di distruzione che i membri della brigata causavano ogni giorno sin dal primo (ma sempre un po' di più, considerando l'arrivo di elementi come Magna e Luck, che erano prettamente incapaci di comunicare in maniera normale e risolvevano il problema, quindi, menando le mani - ed i loro grimori). Dopo le prime volte che ciò era accaduto, comunque, il gruppo (meno Yami, che sapeva la verità dietro quel mistero, e Nacht, che aveva un minimo di quoziente intellettivo per comprendere che si trattasse di una qualche forma di magia) aveva passivamente accettato la cosa come un risultato "naturale" delle loro azioni, una conseguenza del tutto da aspettare nel presente come in futuro.

Detto questo, già da qualche settimana quella parte, erano arrivate... strane voci alle orecchie di Yami.

La prima, onestamente, era arrivata da Vanessa ed il capitano aveva trovato la cosa sospetta: la strega, dopo tutto, aveva assunto la brutta abitudine di bere più di quanto il limite umano potesse sopportare e di inventarsi strane dicerie per i novellini che si univano alla squadra. Aveva capito poco, per le stesse ragioni, ma ciò che era arrivato come messaggio era l'assurdità di piatti da banda che suonano ad orari improponibili della notte.

La seconda, qualche tempo dopo, fu da Charmy che pianse ("pianse", cioè, si lamentò parecchio con quella strana espressione a metà tra il pianto ed il vendicativo) perché qualcosa, o qualcuno, aveva fatto invasione nella sua preziosissima cucina per sottrarre degli ingredienti. Yami, ancora una volta, pensava che si trattasse di una cantonata - perchè non era la prima volta che la maga finiva per avere attacchi di fame notturni, che terminavano con lei che si addormentava con la dispensa decimata e ricordi nulli dell'accaduto.

Dalla terza in poi (Magna che parlava di scimmie saltellanti, rapide come fulmini, e Gauche che aveva cominciato a "prendere provvedimenti" per proteggere le sue fotografie di Marie), il capitano aveva cominciato a sospettare che la sua brigata si fosse organizzata per fargli un enorme scherzo. L'alternativa era l'inquietante possibilità che ci fosse qualche strana entità a piede libero nelle mura della loro base operativa.

Per questa ragione, e per esasperazione da parte dei suoi idioti, Yami in persona aveva preso a controllare occasionalmente i corridoi, spesso e volentieri quando tutti erano già andati a dormire: alcune aree della base, quelle che restavano lontane dalle finestre ogni volta che Henry riarrangiava la base, restavano immerse nell'oscurità della notte. Corridoi, stanze inutilizzate (ancora inutilizzate), vicoli ciechi - Yami li controllò tutti, uno alla volta, per poter dire al resto della brigata quanto fossero dei marmocchi ancora per farsi prendere dall'immaginazione, soprattutto alla loro età registrata.

Aveva acceso la decima sigaretta della ronda da qualche secondo, quando all'improvviso uno strano rumore - passettini, tlack-tlack, accompagnati da un quasi meccanico ma ritmico sbattere di ferro contro ferro - cominciò a riecheggiare per l'area ancora disabitata. 

Un senso di inquietudine gli piovve addosso per un istante, anche se si trovava letteralmente nel suo elemento: aveva fatto di peggio, negli anni della sua gioventù, insieme al suo migliore amico ed aveva imparato che ombre ed oscurità erano sue alleate fidate più che degli infami avversari. Il ki di qualunque cosa si stesse avvicinando non pareva aggressiva o ostile, pure, ma una mano andò comunque a sfiorare l'elsa della katana: se fosse stato un essere o costrutto in grado di aggirare la sua percezione, così come aveva evitato di essere accuratamente visto dagli altri del Toro Nero... forse esercitare cauzione non avrebbe fatto male.

Tutta la tensione, che nemmeno s'era accorto di aver accumulato fino al momento, gli scese nel momento in cui il rumore arrivò praticamente ai suoi piedi e qualcosa gli toccò la punta dello stivale destro. In qualche modo abituato all'assenza quasi totale di luce, Yami riconobbe l'oggetto che tanto aveva disturbato la pace: un giocattolino per bambini, a forma di scimmietta, con due piatti che avrebbero fatto un casino infernale se non fosse stato per il frammento di stoffa bloccato tra essi.

Il capitano recuperò con sospetto l'oggettino dannato, estrasse il suddetto frammento di stoffa - pentendosene un istante dopo, perchè il maledetto cominciò a fare un rumore terribile, che riecheggiò nei corridoi vuoti. Nella distanza, sentì l'urlo di quello che immaginava essere Magna. 

La scimmia volò istantaneamente contro una parete, disintegrandosi a causa della forza con cui venne scagliata.

Tornato, spazientito, in un punto lievemente più illuminato per riuscire a capire cosa fosse quella stoffa, diede le spalle al corridoio ove aveva lasciato i resti del giocattolo demoniaco e disfò il bandolo che aveva ottenuto: un messaggio, a quanto pareva, da-

Yami si domandò, a volte, se fosse davvero lui il più infantile tra i due. Un dubbio lecito, considerando come Nacht avesse pianificato ed eseguito la sua vendetta in maniera esemplare, solo per quella volta in cui l'aveva chiamato "braccia smilze che nemmeno riuscirebbero a cacciare una scimmia", con così tanta pazienza che Yami stesso aveva scordato l'intera faccenda.

La scrittura del suo migliore amico, nero su ocra, leggeva un "piaciuta la caccia? :)" che riuscì a fargli salire l'irritazione alle stelle.

Gliel'avrebbe fatta pagare eccome.

hannyakoma: (Default)
Prompt: Neve

Word count: 730
Rating: sfw
Fandom:
Black Clover
Note:
 OC Centric.




As used as she was to the viridiscent splendor of the Witches' Forest, her arrival in Spade Kingdom felt rather traumatic. 

Her skin almost became frostbitten during the mere way to the royal castle - of course, her captors didn't worry about her wearing clothes very unsuited for the harsh climate. They simply wanted to get back to their base as soon as possible, with whatever "loot" they managed to get when they invaded Clover's borders.

Her feet sunk in the fresh snow, leaving small foot prints that joined the moltitude of others that the Spade soldiers left earlier. With the strength of the snowstorm still raging around them, it was a miracle any trace of their passage were still there. 

Angelica did her best to keep herself from shivering - she didn't show weakness before her very mother, always striving to be the perfect daughter, and she surely wouldn't metaphorically bow to someone stepping so low and kidnapping children, together with her and other women - with her magic, tampering with her blood flow and mana enough to avoid the worst of it. She felt threatened, to some extent, but not as much as to the point she wouldn't try to escape from her captors as soon as the occasion arised.

She probably jinxed herself by thinking that.

It was pure bad luck that the soldiers and newly found prisoners crossed roads with one of the probably strongest mages in the Kingdom - and probably one of the strongest Angelica ever met in her life, besides her mother - right in front of the castle's gates. 

A young woman wearing a tiara, hugged by a soft fur coat with a white collar and what the Clover witch thought to be the uniform from Spade's army. Her grin had something akin to maniacal, together with the clearly insane glint in her only visible eye - and from the dark mana coming from unside the other eye's eyepatch, Angelica didn't want to have anything to do with her. 

Instinctively, she lowered her gaze before the... princess? Whatever she was, could meet her eyes.

She kept listening to the exchange between "lady Vanica", as the soldier in lead said, and the enemy mage, trying to get as much information as possible. He talked to her about the good results of the hunt, listing off how many people with supposedly high levels of mana they managed to get that time, and how honored they were to be in her presence right after they came back. 

Not that Angelica thought they'd worry about their captives risking hypothermia, but that obvious stalling was starting to grate on her nerves - not for herself, but... there were children in their ranks, goddamnit! If they had to go and kidnap them for whatever reasons, wasn't it better that they took care of them at least?!

Not one instant later, a soft crunch on the snow was the only warning Angelica got, before her face was forcefully brought up. Her crimson orbs met a single, blood-red one and a contemplative dark smile.

"So you're the Blood Magic user? You're sooo cute, sweetie!" Lady Vanica's voice was full honey, edging towards a danger Angelica didn't want to get close to. The hand that brought her chin up went to her hair, brushing off the snow that started to accumulate there a few times, before it joined its twin on the witch's face. "The soldiers said you've got so much mana in you, but... you know, I think it wouldn't be funny if a strong mage didn't try to get stronger, am I right?!"

Angelica, for the first time in ages, recognized her own whole body trembling before someone - something - else. The woman before her was asking her to become stronger? Why? She didn't have time to question it as much, since the princess suddenly stepped back from her and then away from the group, vanishing again inside the Castle without saying much more.

The soldiers led them, once again, through snow-covered paths towards what Angelica thought to be the underground prisons, typical of every castle. For quite obvious reasons, snow and low temperatures weren't her main concern anymore: catching the attention of someone like that... she really hoped it was an unlucky one time thing.

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