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Rating: sfw
Fandom: Bungou Stray Dogs
Note: TW: Shooting Wounds Happen. AU, possibly OOC. POV Oda.
Pensavate che non si potesse andar peggio? HAH, think again.
Yokohama.
La città in cui aveva vissuto per anni non sembrava cambiata così tanto da quando era stata l'ultima volta che ci aveva messo piede, da ragazzetto poco più che adolescente: non importava quanto tempo fosse passato, il porto che dava sulla brillante distesa di un blu quasi miracoloso, considerando l'area in cui si trovavano; le viette, i vicoli che nessuno considerava utilizzare per mancata conoscenza o per effettiva conoscenza e buonsenso, quindi; il via vai caotico dell'ora di punta, così tipico delle città come quella, accompagnato da un'orchestra di clacson e urla spesso e volentieri non adatte ai più giovani.
Quando poteva ancora definirsi un assassino freelance, un giovane Oda non si era mai soffermato - per volontà o meramente per mancanza di tempo - sui dettagli che il luogo offriva, sia per i locali che per i turisti. Di quella che, a conti fatti, era la sua città natale, forse in quel momento in cui poteva guardarla con gli occhi più calmi ed esperti di un adulto piuttosto che di un ragazzino che aveva poche idee sul proprio futuro, gli erano rimaste impresse poche cose dal suo "prima": la ruota panoramica, ove aveva sentito dire vi fosse una vista meravigliosa sul mare, era una di queste. In secondo luogo, ma non per importanza, invece vi erano le cinque torri nere di un'organizzazione di cui aveva sentito ben parlare: edifici che sembravano voler afferrare il cielo stesso, che si stagliavano fiere in mezzo alla città senza timore alcuno.
Quel luogo, lo sapeva, racchiudeva il cuore delle operazioni della Port Mafia. Un gruppo che, francamente, Oda aveva imparato bene ad evitare come la peste nella sua giovinezza: non voleva legami, a quel tempo, preferendo di gran lunga una libertà rischiosa ad una sicurezza in catene. Le voci che gli giungevano, quelle poche volte che incrociava al di fuori del lavoro, altri che avevano a che fare con il suo stesso ambiente, erano tutt'altro che piacevoli (persino per degli assassini): la cosa più terribile, quasi al pari di una maledizione di un superstizioso, era la diceria riguardante il corrente capo dell'organizzazione - l'ex medico del precedente boss, stando alle voci, che aveva ricevuto il titolo in eredità dal suo predecessore giusto prima che questo venisse a mancare. Alcuni dicevano che fosse la versione ufficiale, altri invece che si trattasse di una copertura per evitare che degli indesiderati ficcanaso facessero domande sulla legittimità dell'inserimento del nuovo leader.
Non che, a dirla tutta, a Oda cambiasse molto nel presente. Forse, ipotizzò una volta, a tempo perso, in un'altra vita avrebbe fatto lui stesso parte di quel gruppo di criminalità organizzata verso cui persino il governo pareva chiudere un occhio. Un'assurdità, se doveste mai chiedere il suo modesto parere, ma di nuovo: non era qualcosa con cui aveva a che fare, o che lo riguardava in prima persona.
Soprattutto, si corresse poi, considerando anche che al momento il suo "standing point" stava in una posizione diametralmente opposta a qualunque altra fosse alleata alla città. Trovava un po' ironico, con il senno di poi, guardarsi la bellezza di dieci anni dopo l'ultima volta che si era ripromesso di non chinare il capo a nessun "boss" e di scoprirsi non poi in una situazione non così diversa da quella su cui aveva ragionato: certo, probabilmente l'essere il "numero uno" tra gli assassini al di sotto di uno straniero, incontrato quando erano ancora ragazzi in una situazione del tutto instabile e assurda (ridicola, potrebbe aggiungere) e divenuto poi capo di uno dei gruppi tecnicamente illegali dell'est Europa, non era proprio tra i piani.
Di nuovo, c'era anche da dire che di piani, Oda, non ne aveva fatti di così dettagliati, ma tant'è.
Sta di fatto che mai e poi mai s'era immaginato, o avrebbe creduto se gliel'avessero detto, che quell'adolescente mingherlino che a malapena parlava la sua lingua - come diavolo aveva fatto ad arrivare in Giappone, a Yokohama, in primissimo luogo? - avrebbe non solo raggiunto il punto in cui Oda si sarebbe fidato di lui, abbastanza da abbandonare effettivamente una vita incerta per una ancora più incerta, ma anche tirato su un gruppo con influenza sufficiente dall'avere a che fare con altri "grandi" dell'Europa. Suonava ancora tutto come una grandissima storia inventata, una fiabetta la cui morale era assolutamente dubbia ed ancora meno positiva probabilmente, eppure era realtà.
Tutto quel gran flusso di pensieri venne interrotto quasi bruscamente, quando la voce di Fyodor gli arrivò alle orecchie tramite auricolare.
"Oda-san," chiamò quello, utilizzando la forma di cortesia più per formalità che per altro, giunti a quel punto. La su voce pareva leggermente affannata, come se stesse correndo o avesse appena rallentato da uno scatto, ed in sottofondo - distante - si poteva ancora sentire il vociare di persone. "Sto raggiungendo il punto d'incontro. Mi aspetto il solito da te."
Il solito, diceva lui. Oda avrebbe voluto ridere, quasi, perchè il messaggio era piuttosto chiaro: quando altri sentivano "il solito", il rosso sentiva solo "il meglio" - negli anni passati, in cui l'organizzazione era cresciuta, non aveva fatto altro che portarsi al limite dell'umano per raggiungere quel picco di letalità ed efficienza di cui poteva parlare nel presente. Dostoevsky, che dir potesse, non si aspettava di meno da lui, perchè sapeva quante e quali fossero le sue reali abilità.
"Ricevuto. Abbiamo già un ospite, comunque."
"Aah, bene."
Dazai Osamu. Uno degli uomini più pericolosi di Yokohama, a detta del suo capo, perchè estremamente fastidioso da sopportare ed ancor più da ingabbiare in una situazione "senza via d'uscita": il detective dell'Agenzia s'era fatto un certa nomea - discutibile per certi versi, incredibile per altri - nell'ambiente. A Oda bastava sapere che avesse attirato l'attenzione di Fyodor per inserirlo nella lista di persone a cui avrebbe dovuto fare particolare attenzione.
Quando udì il rumore di passi rapidi in avvicinamento nel vicolo, l'assassino si mise in posizione: dal punto in cui si trovava, aveva un'ottima visuale sulla vietta che Fyodor aveva selezionato come punto di incontro, il che gli permetteva di tenere sotto controllo i movimenti della suddetta "persona pericolosa". Il fatto che la sua abilità non stesse scattando indicava un'assenza comprovata di pericolo, il che era estremamente positivo da parte sua ed estremamente stupido da parte del detective. Poco male.
La sua attenzione scattò nel momento in cui i due si incontrarono, faccia a faccia. Fyodor aveva appena terminato di cambiarsi, gettando il travestimento da agente nei cassoni lì vicino. Dazai apparve dal rispettivo nascondiglio, con il morbido cappello del russo sulla propria testa.
Oda non seguì il loro discorso - non era interessato, nè era fondamentale per quello che era il suo compito - ed agì solamente nel momento in cui Fyodor gli diede il segnale.
L'indice premette il grilletto ed il colpo partito andò a colpire con precisione il detective all'addome. Pochi secondi più tardi, Dazai era a terra - ancora cosciente, ma per quanto? - con il suo nemico dall'aria estremamente soddisfatta in piedi di fronte a lui. Oda si affacciò con discrezione dal suo nascondiglio, il giusto quanto bastava per incrociare dapprima lo sguardo di Dostoevsky ed in secondo luogo quello del suo bersaglio.
Il suo stomaco ebbe un sussulto strano, insolito, al vedere il lampo di orrore nelle iridi castane di Dazai, qualcosa che in un primo momento prese come qualcosa di naturale. Quello che accadde dopo, però, gli lasciò una punta di confusione nella mente: perchè quello sguardo quasi addolorato nel guardare quello che, alla fine, era colui che gli aveva appena sparato? Che aveva tentato di ucciderlo?
"Andiamo, Oda-san. E' ora."
In automatico, l'assassino si ritirò e si premurò di raccattare tutti i proverbiali strumenti del mestiere che si era portato dietro.
Un senso di amarezza lo colse nel momento in cui realizzò che, poco prima, gli era parso che le labbra del detective si fossero piegate in un silenzioso "Odasaku". Non capiva perchè un uomo che nemmeno conosceva lo stesse chiamando con un'espressione simile, ma in fondo non era il suo lavoro farsi domande inutili.
Fyodor l'attendeva per rientrare al loro nascondiglio locale, tanto era sufficiente per darsi una mossa.