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Fandom: Originale
Note: Ormai Indoles la sto scrivendo solo sotto COWT. Beccatevi sto prologo. <3
Una delle cose che Zarien amava più fare nei suoi rari momenti liberi era osservare la sua città natale dall'alto.
La capitale sembrava non volersi mai azzittire: che fosse il vociare dei venditori dell'area commerciale che promuovevano la loro attività, o lo scalpitio degli zoccoli sul pietrisco delle strade, o il rumore delle ruote di carrozze e di carri che trasportavano merci e persone da un lato all'altro della città, senza sosta, faceva poca differenza. Oppure di notte, quando la maggior parte degli abitanti si coricava dopo una dura giornata di lavoro, era sempre possibile udire qualche rumore: fossero essi i canti sconclusionati di qualche festaiolo che aveva alzato un po' troppo il gomito o l'ululato del vento tra le strade vuote, di nuovo, faceva poca differenza.
Chiunque abitasse lì da tempo ormai ci aveva fatto l'abitudine.
Abystral era una città incredibilmente sviluppata verticalmente ed il giovane riusciva sempre a stupirsi di come gli architetti riuscissero a far sorgere nuovi edifici nel minimo spiazzo libero.
Le mura sottili non richiedevano quantità esose di materiali, il che rendeva possibile una conclusione più rapida ed efficiente. I tetti, a partire da quelli delle case e dei locali, erano contornati da guglie più o meno accentuate e piccole statue di creature magiche. L'altezza delle mura era indicativa di quanti piani avesse ognuna delle strutture ed erano spesso, se non sempre, arricchite da finestre con vetri semi opachi dalle diverse tonalità di colore. Tuttavia, in qualsiasi angolo della città ci si trovasse, un solo edificio spiccava sia per imponenza che per ricchezza di particolari: il magnifico castello di pietra nera, una costruzione tanto antica quanto la famiglia Hyacinthine.
Zarien ricordava vagamente le lezioni a riguardo, di come degli innumerevoli riparazioni e rinnovamenti avuti nel corso del tempo solo alcuni fossero necessari ed altri meramente estetici.
Con l'ascesa del precedente sovrano Verius, poi, il castello sembrava aver obliterato gli stili precedenti per raggiungere il suo picco di magnificenza: similmente alle strutture della città, esso mostrava innumerevoli guglie sull'edificio principale e sulle torri, affiancate da archi decorativi, statue e bassorilievi sulle facciate e le colonne portanti. In particolare, le sei torri, cinque disposte come a formare un pentagono ed una centrale, svettavano su tutto il paesaggio circostante.
Circondato da alte mura, il castello fungeva da fulcro per le cinque grandi strade principali di Abystral: qui, nel corso degli anni, erano nate innumerevoli locande e botteghe, visitate sia dai locali che dai viaggiatori. Da queste strade, a loro volta, partivano strade e vicoli traversi, più stretti e tortuosi, su cui davano la maggior parte delle porte e dei portoncini delle abitazioni dei residenti.
Pensare al via vai giornaliero della città provocava sempre una certa invidia al giovane: non poteva dirsi libero di girare liberamente per le vie della capitale, a meno che non volesse provocare un infarto a sua madre - e la povera donna aveva già abbastanza faccende di cui occuparsi.
Con un lungo sospiro, Zarien si staccò dal parapetto della balconata, ripercorrendo poi i suoi stessi passi per tornare nel modesto studio alle sue spalle.
Non si stupì di trovare Miss Morán ad attenderlo vicino alla porta d'ingresso, le mani unite in grembo e le fini sopracciglia aggrottate; le iridi azzurre placide ma severe mentre lo osservava dalla sua posizione.
«Vostra Altezza non dovrebbe essere nello studio a rivedere gli appunti di oggi, invece che quassù a contare le nuvole?» domandò la donna con una voce apparentemente pacata mentre lui le si avvicinava. C'era una nota tagliente nel modo in cui gli si rivolgeva e Zarien certo non mancò di notarlo - tanto quella volta come nelle altre.
Quest'ultimo di fatti sbuffò tra sé e sé, rifiutandosi di guardarla in viso.
Seyne Morán, con i suoi trentacinque anni, lavorava al castello come istruttrice di corte da ormai una decade ed era una delle più brillanti insegnanti di corte, pur nonostante la sua giovane età. Zarien le si sarebbe rivolto come ad una sorella maggiore, se non fosse stato per le posizioni sociali—una tutrice ed il suo pupillo—che l'impeccabile donna dai capelli biondi non avrebbe accettato di superare la linea dettata dalle gerarchie. Forse da bambino avrebbe fatto i capricci, le avrebbe ordinato di rivolgersi a lui in maniera più affettuosa, ma ora? Così vicino al passaggio alla maggiore età? Zarien non si sarebbe permesso di violare questa sua decisione per un desiderio egoistico.
Ciò nonostante, nel sentire il familiare sguardo che si posava su di lui, per controllare che stesse seguendo la lezione o che stesse prendendo i dovuti appunti, spesso e volentieri gli portava solitamente una strana sensazione di vuoto. Sgradevole, non desiderata e soprattutto incomprensibile.
Zarien scacciò il pensiero dalla mente all'istante.
«Stavo prendendo una boccata d'aria. Nulla che mi possa essere impedito, mi sembra.» replicò secco, probabilmente accentuando il suo fastidio più del dovuto.
Seyne sembrò non badarci - come sempre, e non era forse quella l'ennesima stilettata al petto? - mentre si spostava appena di lato, indicando la porta con un discreto movimento del capo. Un silenzioso, eppur chiaro, invito che il giovane si trovò costretto ad accettare.
«Impedito no di certo, Altezza. Sconsigliato, sì.» commentò la donna, camminando qualche passo avanti al giovane. «... ma non è per riprendere i vostri passatempi che sono qui ora. Sua Altezza la regina desidera parlarvi al più presto, è su sua richiesta che sono venuta ad informarvi.»
«Mia madre—È successo qualcosa?»
Il tono misto di affetto, premura e timore, insieme alla mano che le afferrò saldamente il braccio, fecero arrestare Seyne nel bel mezzo del corridoio. Gli occhi azzurri di Zarien sembravano voler scavare nei suoi in cerca di risposta, impazienti, senza dar quasi tempo all'altra di replicare.
«La sua salute non è peggiorata rispetto al solito, potete rasserenarvi.» rispose subito lei, concedendosi una sfumatura meno rigida nella sua voce. Appena vide il giovane rilassarsi, proseguì. «Vi attende nelle sue camere private, si è ritirata immediatamente dopo la fine del concilio pomeridiano.»
Il sollievo divenne immediatamente palese sul volto del giovane, nel suo sguardo e nella sua postura prima divenuta rigida. Se qualcuno avesse domandato alla donna se il futuro sovrano somigliasse all’infamato re, avrebbe negato fermamente, seppur con la sua solita voce pacata.
L’opinione di una semplice istruttrice, però, non era sufficiente nè così importante, soprattutto di fronte alla testardaggine della regina reggente. C’era una precisa ragione per cui Zarien era stato cercato e chiamato dalla madre e Miss Morán sapeva di cosa si trattava già.
Per questo, nel pronunciare le seguenti parole, il suo tono tintinnò per un istante.
«Dovremmo andare, Altezza.»
Un’ombra di tristezza parve affiorare sul suo viso nel vedere come il principe non parve accorgersene.
Nefiel Leyre Hyacinthine, regina reggente di Edreistern da diciotto anni, attendeva placida l’arrivo del figlio, lo sguardo similmente a lui perso sull’orizzonte della loro amata patria.
Era un’abitudine che aveva sempre avuto e che, apparentemente, aveva trasmesso anche a Zarien: c’era qualcosa di riequilibrante nel lasciar vagare l’attenzione su ciò che avevano costruito lei così come gli avi della famiglia reale, una certezza, un’ancora per i pensieri. Tutto ciò che vedeva dalla capitale, fino a miglia e miglia oltre i suoi confini, rappresentava il risultato di anni di combattimenti e vite che avevano pagato il prezzo delle guerre, oltre che qualcosa che poteva considerare “suo”, da mantenere e da proteggere prima di passarlo al suo legittimo erede.
Tuttavia, la parte più dura di sè aveva pensato già più e più volte, sarebbe stato tutto completamente inutile se Zarien si fosse dimostrato tale e quale a suo padre. Per quanto Nefiel l’avesse amato, il precedente re aveva rischiato di far precipitare l’intero paese in un conflitto che avrebbe sparso più vittime e distruzione dei semi che un agricoltore avrebbe piantato in luna calante.
Aveva avuto paura, in quel periodo, di perdere tutto ciò per cui aveva rischiato la sua vita, oltre che quest’ultima stessa. Non avrebbe rischiato di nuovo. Non avrebbe permesso mai, finchè aveva anima in corpo, che la visione ristretta della realtà e del loro mondo che Verius aveva diventasse un’eredità.
Oh, sicuramente il Consiglio non avrebbe approvato la sua decisione, ma Zarien era suo figlio e stava a lei decidere come educarlo.
Il sordo bussare contro il legno riuscì a distrarre la regnante dai suoi pensieri. In uno scatto, gli occhi cristallini di Nefiel abbandonarono il paesaggio che poteva ammirare dalla stanza del trono e si puntarono sul grande portone che conduceva ad esso: nemmeno il tempo di essere annunciato dalle guardie di corte, Zarien s’era già fatto strada verso di lei a passo sicuro. Dietro di lui, la fedele Seyne camminava lentamente, come a voler lasciare ai due reali lo spazio e la privacy dovuti.
«Madre.» la chiamò lui, le mani giunte davanti al petto ed il capo chinato in cenno di saluto. Una mera formalità--e Nefiel fu grata alle divinità esistenti perchè suo figlio aveva imparato finalmente quel minimo di etichetta--che servì a ben poco. Un istante dopo, Zarien già cominciò con le solite domande. «Come vi sentite oggi? Avete riposato a sufficienza?»
Per quanto la sua preoccupazione le scaldasse il petto ogni volta, per abitudine o per carattere si trovò a rispondere ancora una volta con fare distaccato. Sarebbe stato meglio così per lui, visto ciò che sarebbe accaduto.
«Come sempre, Zarien. Ho dormito, mangiato, sopportato quegli stupidi vegliardi per due ore abbondanti ed i medici di corte per altrettante.» Lo sguardo gelido--risultato di allenamento ed abitudine--che scoccò al giovane riuscì a farlo sussultare, zittire. «L’ultima cosa che voglio ora è che anche mio figlio mi soffochi con questo genere di cose. Non sto morendo.»
Lo vedeva anche nella postura rigida di suo figlio che quelle ultime parole avevano colpito dove lei desiderava. Era per il suo bene, si ripeteva, doveva farlo per il suo bene. E per il regno, con tutte le vite che vi abitavano.
Prese un lungo respiro, socchiudendo gli occhi e facendo cenno ai due ultimi arrivati di seguirla.
«Il motivo per cui ti ho fatto chiamare è per parlarti di una questione seria, Zarien.» Una pausa; il corridoio che portava al cortile centrale davanti a loro. «E’ quasi tempo che tu prenda il titolo che ti spetta di diritto, ormai. Il Consiglio mi ha già spronato più volte ad annunciare ufficialmente la data per la cerimonia di successione, tuttavia non credo tu sia ancora pronto. Ciò che ti manca non è sicuramente la conoscenza delle lingue, o della storia, o dei modi consoni alla Corte, o ancora all’arte della battaglia.»
Miss Seyne aveva fatto sì che tutti quegli argomenti fossero coperti, salvo l’ultimo. Tale onere era spettato a Nefiel stessa, in primis, ed ai veterani dell’esercito--i generali che avevano combattuto con lei le ultime guerre a cui Edreistern aveva partecipato (o causato)--che si occupavano dell’addestramento delle reclute.
Madre e figlio giunsero, passando l’ennesimo arco del corridoio decorato con bassorilievi floreali, alla balconata che dava sui giardini reali. La vista delle rigogliose piante cresciutevi nel corso degli anni le offrivano sempre una boccata d’aria fresca e, forse più spesso di quanto avrebbe ammesso mai, anche un senso di sollievo che in molte occasioni le permetteva di respirare più facilmente.
Lo sguardo di Zarien si perse per qualche momento sulle creature che vivevano nei giardini--gli animali domestici che Verius aveva raccolto nella sua collezione, i più piccoli cresciuti insieme al giovane pricipino--e la donna decise di lasciargli quel momento di pace, prima di parlare.
«Ciò che desidero tu abbia è l’esperienza pratica e la conoscenza di come sono le terre e le persone di cui sarai responsabile nel prossimo futuro, Zarien.» disse, ricevendo dal figlio un cenno affermativo con il capo. «Per far ciò ho un compito da affidarti, solamente tu potrai portarlo a compimento.»
La postura del giovane s’era fatta discretamente più rigida, notò Nefiel, ma la risposta che le giunse fu quella che onestamente si aspettava. «Di cosa si tratta, madre?»
«Ne parleremo durante il tragitto. Va’ e prepara tutto ciò che potrebbe servirti per il viaggio, figlio mio.»
Poteva vedere l’esitazione e le silenziose domande nello sguardo di suo erede, ma non avrebbe risposto ad essi in quel momento. Non dove persino le pareti avevano occhi ed orecchie ed erano pronte a confidare i segreti più intimi in un battito di ciglia.
Gli sorrise--un’occasione rara, se non quasi unica--prima che i due dividessero momentaneamente le loro strade.
Gli era già capitato altre volte di dover lasciare la capitale, seguito dall’immancabile scorta armata assegnatagli dal Consiglio. Per quanto snervante e soffocante potesse essere non avere un istante di solitudine, Zarien comprendeva l’esigenza: restare vivo ed in salute, possibilmente tutto d’un pezzo, rientrava nei suoi doveri di principe ed erede al trono. Se non ci fosse stato lui, gli aveva detto Seyne una volta, la lotta per la successione al trono sarebbe stata più sanguinaria del dovuto, considerando i precedenti.
La nobiltà di Edreistern rispettava sua madre e lui per un motivo--lo stesso per entrambi, sebbene in sfumature diverse.
Il rispetto.
Verso Nefiel, una combattente nata e cresciuta nella guerra, che probabilmente incarnava l’elemento stesso. Si era guadagnata la fedeltà dell’esercito con le sue capacità in battaglia, di strategia--“Nefiel delle Lame Gemelle”, la chiamavano ancora nel presente, in memoria dei suoi tempi come generale, e lui stesso poteva vedere come il titolo portasse un guizzo di vita ed orgoglio nelle iridi cerulee della donna.
Sebbene non avesse chiesto lei di diventare regina, sebbene la burocrazia non fosse la sua segreta passione, sua madre aveva preso sulle spalle tutto ciò che seguiva il titolo di regina reggente. Una conseguenza delle sue azioni, perchè Verius era divenuto un folle senza redenzione ormai, la guerra stava continuando da troppo tempo ed il popolo stava soffrendo per i sacrifici che essa richiedeva. Nefiel aveva fatto l’unica cosa possibile per porre fine a quel disastro, offrendo forzatamente il riposo eterno al suo stesso compagno, senza nascondersi dietro belle parole o comode scusanti.
Non era scappata dalle sue responsabilità. Aveva affrontato la nobiltà, il popolo, l’altra fazione di quel conflitto uno dopo gli altri, senza mai abbassare la testa o concedere più del dovuto.
Quanti avrebbero fatto lo stesso? Se qualcuno degli esponenti della nobiltà e del Consiglio avessero fatto lo stesso, sarebbero stati disposti ad affrontare la situazione tanto apertamente come aveva fatto lei? No, una voce maligna (o semplicemente realista?) gli sussurrava all’orecchio, ogni volta che ci pensava. Molti di loro, per come Zarien la vedeva, erano degli ipocriti le cui mire stavano sostanzialmente nel mantenere il prestigio del proprio nome, che non avrebbero esitato a gettare in un fosso i loro più cari alleati se ciò avesse significato mantenere le apparenze di magnificenza.
Nemmeno loro, però, potevano permettersi di dire o fare nulla contro sua madre, almeno finchè questa non avesse perso il rispetto dell’esercito e della maggioranza della popolazione, e ciò non faceva che riempire il petto del giovane d’orgoglio. A confronto, il rispetto nutrito verso di lui era flebile, effimero. Zarien sperava che con il tempo avrebbe raggiunto lo stesso livello di Nefiel e fosse rispettato e benvoluto non soltanto per il suo lignaggio.
Troppi pensieri gli si stavano affollando nella mente in quel momento, e se ne rese conto semplicemente dal fatto che stava impiegando più del dovuto a completare i suoi preparativi. Il bagaglio da viaggio era per metà riempito con abiti che favorivano la comodità più che l’eleganza--una cosa che aveva imparato presto era che, durante i viaggio con sua madre, quest’ultima avesse un’importanza pressoché nulla--, alcuni fogli di pergamena accompagnati dagli strumenti necessari per la scrittura ed un vecchio libro che palesemente aveva vissuto giorni migliori.
Si concesse un breve sospiro, prima di riprendere la selezione di cosa portare con sè o meno: una persona saggia gli aveva consigliato, tempo addietro, di non appesantire eccessivamente il proprio bagaglio prima di partire, perchè sarebbe comunque tornato con un carico ben più pesante in ogni caso. Se non avesse avuto abbastanza spazio non avrebbe potuto raccogliere molto altro. Zarien non ricordava cos’avesse risposto, ma qualcosa gli diceva che l’espressione di quella persona si era ammorbidita--buffo come avesse quella convinzione, pur non ricordando il volto che accompagnava quel mutamento.
Prima o poi sarebbe ritornato anche quello alla memoria, probabilmente. Per il momento, l’unica cosa su cui doveva concentrarsi era il viaggio che l’attendeva l’indomani.